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UNIVERSITA’/ Forte: cara Gelmini, la tua riforma rischia il ricorso alla Corte costituzionale

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Certo l’istituto dei ricercatori a tempo determinato ha le sue buone ragioni. Nell’ordinamento precedente a quello attuale, in cui gli assistenti universitari sono stati sostituiti dai ricercatori (una innovazione che si è rivelata irrazionale, in quanto ai ricercatori si è poi chiesto di fare i docenti), gli assistenti universitari erano divisi in tre categorie: assistenti volontari a titolo gratuito, assistenti incaricati retribuiti, con un contratto annuale, rinnovabile di volta in volta, assistenti di ruolo, ma con una permanenza nel ruolo in questione assicurato solo per 10 anni. Il loro posto diventava permanente se essi entro il decennio avevano acquisito una libera docenza. In tal caso assolvevano a funzioni analoghe a quelle attuali dei professori associati, con uno status analogo. Se non avevano ottenuto la libera docenza e non avevano vinto un concorso di cattedra, dovevano scegliere fra le dimissioni o il passaggio a un’altra amministrazione pubblica.

 

E tale potrebbe essere la norma, per i nuovi ricercatori a contratto, con contratto rinnovato. Essi, ove non abbiano conseguito, entro il periodo contrattuale massimo, una abilitazione alla docenza, dovrebbero poter accedere a una diversa attività nella Pubblica Amministrazione, previo scrutinio di idoneità. Qualora avessero conseguito un’abilitazione a docente di II fascia o di I fascia e non avessero ottenuto una chiamata entro un dato periodo di tempo, nell’ambito di una delle due quote, rispettivamente riservate agli interni e agli esterni, dovrebbero poter aspirare a un ruolo diverso nella PA, senza bisogno di previo scrutinio, con un grado maggiore di coloro che sono privi di abilitazione. Essi dovrebbero poter rimanere come professori a contratto nelle università.

 

A mio parere peraltro la durata complessiva massima dei contratti a tempo determinato dovrebbe essere di 8 anni e non di sei: tre nel primo periodo, e 5 nel successivo eventuale. Ciò sia per dare a questi ricercatori un maggior tempo per prepararsi all’abilitazione, e sia per evitare troppo rapidi turnover nei corpi insegnanti che danneggiano la continuità dei corsi di insegnamento e generano un eccesso di concorsi. Con questo sistema i ricercatori a tempo determinato non avrebbero un trattamento privilegiato, né ai fini dell’abilitazione a professore, né ai fini della chiamata nelle università rispetto ai ricercatori a tempo determinato. E non si creerebbe l’esigenza di dar loro un trattamento di favore, per non lasciarli sulla strada e per non perderli come docenti, in quanto avrebbero comunque uno sbocco nella PA e una possibilità di insegnare nelle Università: peraltro sulla base di criteri di merito e di opportunità, senza le attuali situazioni di amovibilità che premiano coloro che non fanno più ricerca e che generano un ostacolo al rinnovamento dei corpi docenti.

 

 



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