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SCUOLA/ Contro l’esame di maturità ci vorrebbe una "cura Einaudi"…

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Il risultato? Di fronte alla prevedibile “ecatombe” di non ammissioni (il 35% di studenti avrebbe una o più insufficienze) il ministro fa dietrofront affermando che alla fine è il consiglio di classe che, seppure “con buonsenso”, deve decidere (eppure è sempre stato così, fino al punto di promuovere o ammettere casi disperati); i docenti - “fatta la legge trovato l’inganno” - mascherano le insufficienze con un “sei politico” o alzano artificialmente le valutazioni prima ancora di presentarsi al consiglio di classe. E altro ancora… A cosa serve tutto questo? Solo a rendere ancora meno credibile il nostro sistema di istruzione, che è già in forte difficoltà e non ne ha certo bisogno.

 

Una soluzione interessante per risolvere il problema potrebbe essere offerta dall’abolizione del valore legale del titolo di studio; non è evidentemente una proposta nuova, ma sarebbe utile tornare a ragionarci su senza veti pregiudiziali.

 

Come già a suo tempo sostenne lo stesso Einaudi, la valutazione della preparazione di uno studente non dovrebbe essere certificata dallo Stato e dalle sue istituzioni, dovendo essere, invece, il frutto di un giudizio maturato nel mondo del lavoro o comunque là dove la persona dovrà mettere a frutto ciò che ha (o non ha) imparato. L’abolizione del valore legale del titolo di studio consentirebbe tra l’altro un miglioramento del sistema formativo in termini di merito e di concorrenzialità, eliminando con un’unica mossa qualsiasi diplomificio (che dunque non è tanto un’espressione deteriore della scuola “privata”, quanto dello statalismo vigente).

 

Difatti, una volta che uno studente si iscriva a un qualsiasi corso di studi non per conseguire un titolo con valore legale, ma esclusivamente per ottenere una solida preparazione culturale e professionale, le stesse scuole sarebbero costrette a innalzare la loro qualità, migliorando in genere la propria offerta formativa anche in un’ottica concorrenziale. E questo discorso varrebbe a maggior ragione per le università.

 

La tesi abolizionista, si sa, presta il fianco ad alcune critiche e mostra alcuni limiti se la questione viene affrontata in termini strettamente giuridici. Due dati, in particolare, sarebbero da prendere in considerazione: uno storico, l’altro di diritto europeo.

 

Andrebbe innanzitutto ricordato che il valore legale del titolo di studio ha origini risalenti nel tempo: fu proprio la nascita dello Studium generale, nel medioevo, a sigillare la nascita del valore legale del titolo, tramite l’attribuzione alle università, da parte dell’imperatore o del pontefice, della potestas doctorandi, con il rilascio della licentia ubique docendi (che non solo consentiva di insegnare in tutto l’impero ma anche di entrare nei collegi professionali).

 

È stata dunque la tradizione a introdurre il valore legale del titolo di studio, per un’esigenza di certezza e di tutela della fede pubblica, attestando in maniera ufficiale le capacità del dottore; licentia che, tra l’altro, nel medioevo valeva in orbe terrarum. Quest’esigenza di certezza è un dato non trascurabile, socialmente importante, che poggia su una tradizione millenaria.

 

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COMMENTI
18/06/2010 - Un esame che certifica illusioni (Elio Fragassi)

Per esperienza diretta e ancora viva, circa "il buonsenso" che ha governato i consigli di classe, condivido completamente l’articolo. Questa mia convinzione circa l’assoluta inutilità degli esami di stato, maturata attraverso esperienze sul campo, in qualità di commissario, risale a diversi anni fa tanto che già nel 2006 ebbi a stilare considerazioni simili con un articolo dal titolo "L’esame di stato ha esaurito, ormai, la sua funzione" rintracciabile al seguente collegamento: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/L_Esame_di_stato_ha%20esaurito_ormai.htm

 
18/06/2010 - Formazione/educazione e, solo dopo, preparazione (enrico maranzana)

La preparazione degli studenti è indicata, ripetutamente, come l'unico traguardo della scuola. Ma non è così: il dietrofront del ministro Gelmini non deriva da questioni contingenti ma dal rispetto del sistema di regole che governa la scuola che asseriscono la centralità della persona umana. Il "voto di consiglio", disciplinato da quasi cento anni, anticipa quanto oggi è chiamata "visione sistemica" in cui è l'insieme, il tutto a caratterizzare le parti, ovvero, i voti non hanno valore assoluto ma esprimono, congiuntamente, la valutazione del processo di crescita dello studente. Consideriamo poi l'affermazione "oggi la forma ha preso il sopravvento sulla sostanza" e contestualizziamola all'interno della maturità. Nel '69 la legge ha distinto la preparazione dalla valutazione della personalità dello studente. Nel 1997, visto l'andamento degli esami centrati esclusivamente sulla preparazione, ha chiarito che la certificazione doveva riguardare le competenze, le conoscenze e le capacità. Nel 2003 ha stabilito che le conoscenze sono strumentali rispetto alla promozione e al potenziamento delle capacità. E’ bene ricordare che l'auspicato primato della sostanza sulla forma implica l'esatta e circostanziata definizione dei traguardi da conseguire. E' sufficiente aprire il glossario che il ministro ha redatto per i tecnici e per i professionali per spaventarci per la profondità del precipizio in cui siamo caduti: competenze, capacità e abilità sono utilizzati come sinonimi.