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SCUOLA/ Non basta il sapere a fare un prof, serve il praticantato nelle scuole

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La vocazione nasce da una visione del mondo e del Sé, che è il prodotto di scelte provvisorie, di incontri con Maestri, di errabondaggi esistenziali “tra caso e destino”, di “spirito del tempo”. Se è lecito un riferimento autobiografico, la generazione che entrò nella scuola negli anni ‘70 - quando spirava un certo “spirito del tempo” -, muovendo da opzioni ideologiche spesso opposte, aveva quella “vocazione”, che originava dalla consapevolezza - ma oggi diremmo, forse, l’illusione - che sul terreno dell’educazione si generava una nuova storia.

 

Lo specifico della professione docente è che il tuo “mestiere di uomo” è “con-vocato” per intero nella relazione con un altro uomo. Questa vocazione non la dà nessuno, perché non esiste un’Università da dove si esca laureati nel “mestiere di uomo”. Però!... però se ne può accertare l’esistenza in azione. E l’azione si svolge sul terreno della scuola, anzi delle scuole. Lì, sotto la tutorship o la mentorship di insegnanti esperti, si può accertare se il futuro insegnante è capace di stimolare la passione degli apprendimenti, se è in grado di reggere l’urto delle sempre nuove generazioni, che entrano a ondate nelle scuole con l’impeto e la regolarità delle maree, se è persona matura, equilibrata, adulta.

 

Solo lì, nella scuola, l’insegnante scopre e fa scoprire agli altri, colleghi e alunni, se ha una vocazione autentica e solo lì può farla crescere, raffinarla, continuare la sua opera autoeducativa. Perciò, tornando alle tre semplici domande iniziali, le risposte sembrano essere anch’esse semplici.

 

1. Le competenze-chiave di un insegnante sono le conoscenze disciplinari generali e specialistiche, le abilità relazionali, la “vocazione”, il saper stare-in-situazione; 2. Le conoscenze teoriche vengono fornite da Istituti superiori di istruzione (università o altri istituti non necessariamente universitari: dipende dal tipo di ordine di scuole in cui si va a insegnare); 3. Le conoscenze “pratiche”, le abilità e la vocazione si sperimentano, si accertano, si migliorano nelle scuole.

 

Il tracciato formativo che ne consegue prevede: un’università o un istituto pedagogico superiore (cfr. Finlandia) che fornisce le conoscenze teoriche e ne verifica/certifica e certifica il possesso in un periodo definito, dai 3 ai 5 anni; delle scuole-comunità educanti verificano la vocazione, attraverso il praticantato sotto tutorship, che si svolge in contemporanea agli ultimi 2 anni di università almeno in quattro scuole diverse, per quattro quadrimestri: la laurea magistrale si consegue alla confluenza di due percorsi e di due giudizi equipollenti, quello dell’università e quello della scuola.

 

Di qui in avanti il giovane aspirante all’insegnamento della matematica è abilitato all’insegnamento, si può iscrivere a un Albo, semmai esista. Di qui in avanti deve fare i conti con il mercato del lavoro ed entrare in un altro meccanismo, quello del reclutamento. Qualora reclutato, in modi e tempi, che sono tuttora oggetto di Progetti di legge, dovrà sottoporsi ad un periodo di tirocinio/prova, come in parecchie professioni: di 1 anno? di 2 anni? Di lì, incomincerà la sua carriera, le cui scansioni sono ancora una volta e sempre oggetto di interminabili e inconclusi dibattiti.

 

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COMMENTI
29/06/2010 - La scuola è finita... forse (Anna Di Gennaro)

La mia esperienza di questi ultimi anni m'induce ad affermare che possono essere molto bravi ed efficaci anche docenti che non hanno scelto la professione, ma hanno imparato ad amarla e rispettarla. Un po' come i matrimoni organizzati dei tempi addietro. Sembrerebbe paradossale, ma chi l'ama troppo perchè si coinvolge totalmente "ammala" prima, non riesce a sdrammatizzare e comincia "delirare", peraltro senza essere in grado di ammetterlo.

 
29/06/2010 - L'ANIMA dell'INSEGNAMENTO - parte seconda - (Claudio Cavalieri d'Oro)

...Da anni sono "docente" nelle aziende, a convegni e congressi scientifici, nell'ambito del Programma ECM (Educazione Continua in Medicina) del ministero della Salute, come "visiting professor" presso le Facoltà di Medicina di Firenze (Dipartimento di Empoli) e Siena, e come ho già avuto modo di sostenere in questa e in altre sedi, il vero compito di un "docente" dovrebbe essere quello di FAR AMARE la materia che insegna, affinchè gli studenti ci si appassionino e siano sempre più MOTIVATI a STUDIARE e ad aggiornarsi (nessun docente potrà mai essere esaustivo di tutto il programma durante le poche ore che gli sono concesse per l'insegnamento diretto agli allievi!). E qui applaudo a chi ha scritto l'articolo, infatti non è il "sapere" la caratteristica fondamentale di un buon "insegnante", questo dovrebbe essere considerato il "minimo" per entrare in gioco! Ma quanto è veramente preparato dal punto di vista didattico? quanto sa rendere piacevole e allettante la materia che gli è stata consegnata? Quanto sa "motivare" gli allievi che gli sono stati affidati? Quale tipo di preparazione tecnico-PRATICA ha ricevuto, e soprattutto quanto ha saputo DIMOSTRARE di essere all'altezza del compito dell'insegnamento? In ciò mi permetto di vedere di buon occhio anche la totale RESPONSABILITA' del capo di istituto che DEVE essere garante e responsabile della QUALITA' dell'insegnamento nella scuola che dirige, e perciò anche della "selezione" e "assunzione" degli insegnanti.

 
29/06/2010 - L'ANIMA dell'INSEGNAMENTO - parte prima - (Claudio Cavalieri d'Oro)

Quando nell'ormai lontano 1996 conseguii il Diploma Master NLP e la conseguente Certificazione Internazionale IANLP, fui stupito dal permesso di tenere con sè qualsivolgia promemoria o libro di testo durante i 4 intensi e faticosissimi giorni di esame finale; il Presidente della Commissione d'Esame ci disse: non ci importa se ricordate o meno le nozioni, ciò che è importante è che ci sappiate dimostrare la vostra copacità di "applicazione" delle tecniche apprese; questo significa "essere Master" (cioè "padrone" di quanto appreso). E già alcuni anni prima ero rimasto stupito dal commento di un collega inglese che mi spiegava che per essere "professori" in UK non basta avere una laurea, bensì è necessario ottenere il diploma di Master in Insegnamento. Ciò mi fece riflettere che l'Ordinamento scolastico italiano dimostra palesemente di non fidarsi di sè stesso, infatti prima ti chiede di superare un esame di Stato (la laurea) e poi ti chiede di superarne uno quasi identico (il concorso) durante il quale ti viene chiesto (ancora) di dimostrare che "conosci la materia"... ma allora perchè la laurea? lo Stato non si fida di sè stesso? (continua)

 
29/06/2010 - tirocinio (Marinella Baiardi)

Mi sono trovata per caso a svolgere per diversi anni la funzione di tutor di giovani aspiranti docenti che si apprestavano a completare il percorso SSIS, l'ho fatto con sincera convinzione e ho potuto verificare, sul campo, come si dice, la veridicità di quanto espresso oggi nell'articolo sul tema. Mi sono chiesta, talora, come mai nessun docente, nel corso dei numerosi anni di frequenza universitaria, si fosse reso conto che alcuni alunni, per quanto bravissimi, non sarebbero stati in grado di "tenere una classe", di appassionarla alla materia, di farla sentire partecipe dell'avventura della conoscenza. Mi sono risposta che, forse, non sapevano cosa esattamente dovevano "vedere".

 
29/06/2010 - stiamo con i piedi per terra! (marelia gabrinetti)

Dopo 34 anni di insegnamento di lingue straniere nei contesti più vari, ma uno solo, ahimè, caratterizzato da un clima di vera professionalità proprio perchè chi lo gestiva e governava era uomo di grande spessore culturale, rimango sempre stupefatta a fronte di articoli come questo. Pur concordando nella visione meravigliosamente utopica e agognata dai più, mi chiedo se quando si parla di tirocinio nelle scuole sotto la guida di "docenti esperti" si ha bene in mente la fauna che le abita! Chi ha mai insegnato l'expertise ai cosiddetti "esperti"? Chi li ha mai formati, considerato che, per stessa ammissione di chi ha scritto l'articolo, la nostra classe docente è costituita da cinquantenni che mai han goduto della formazione di SSIS varie? Capisco che la long life education condita dalla vocazione (leggi: insegnanti si nasce e si diventa tramite l'autoformazione) ammanti di un'aura di dignità l'intera categoria. Ma siamo onesti. In dieci anni di supervisorato di tirocinio quante volte mi sono imbattutta in situazioni scolastiche apparentemente accettabili, ma dai risvolti pedagogico-didattici decisamente non adeguati per giovani apprendisti di un mestiere a servizio dell'uomo. Chiedo pertanto maggior cautela a tutti coloro che si esprimono sulla classe docente in generale, nell'attesa della diversificazione delle competenze e del riconoscimento di titoli acquisiti sia in ambito accademico sia sul campo. Solo allora si potrà garantire la qualità di uomini e contesti.

RISPOSTA:

Con i piedi per terra?! In terra ci siamo già, e non solo con i piedi. Il problema è sollevarsi. Lo si fa con la battaglia culturale, elaborando una nuova visione. Che non è ancora realtà, ma si puo' realizzare. Escludo, in ogni caso, che "dobbiamo stare in attesa"? Di chi!? Tocca a noi muoverci, in primo luogo con dei pensieri nuovi. Che poi non sono originalissimi, visto che in altre parti del mondo si praticano già. Non ci sono docenti "esperti", perchè non hanno frequentato le SSIS? A nessuno di noi è stato insegnato a insegnare. Abbiamo tutti imparato sulla pelle nostra e, soprattutto, su quella dei ragazzi che abbiamo avuto davanti. Spesso abbiamo ripreso la catena pedadogico-didattica dei nostri insegnanti migliori (ai quali, del resto, nessuno ha mai insegnato a insegnare!). Ciò che può spezzare il circolo vizioso dell'attesa (non ci sono insegnanti esperti che possono insegnare ai più giovani; perciò occorre stare con i piedi per terra in attesa...) è il fatto che, invece, insegnanti bravi ed esperti ci sono, nonostante tutto. Ciascuno di noi li ha incontrati nelle scuole, magari noi stessi siamo stati o siamo degli ottimi insegnanti, in grado di trasmettere i segreti del mestiere. Se ogni tentativo di superare il presente è bollato di utopismo, sediamoci pure ad aspettare che gli apparati ministeriali e la politica si muovano. Come si vede, si sono dati una mossa. Non credo che sia sufficiente per sollevarci in piedi. Come ho cercato di dimostrare. Giovanni Cominelli