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SCUOLA/ Oggi il praticantato per gli insegnanti è utopia, puntiamo forte sulla "bozza Israel"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

 

Si tratta oltretutto - osservo en passant - di un modo di dare corpo a quella libertà metodologica, che si deve recisamente contrapporre alle ricorrenti tentazioni di imporre un’ortodossia didattica agli insegnanti italiani.

 

Vorrei inoltre osservare che la divisione dei ruoli tra università e scuola - alla prima la formazione teorica, alla seconda l’acquisizione della competenza operativa - non dovrebbe essere così netta come appare, se non ho capito male, dall’intervento di Cominelli.

 

Parallelamente all’acquisizione di solide conoscenze disciplinari e delle basi teoriche essenziali della psicologia e della pedagogia, i futuri docenti dovrebbero formarsi anche attraverso esperienze laboratoriali, in cui non solo si discutano esempi di itinerari didattici, ma - a somiglianza di quanto fanno molte scuole di psicologia - si facciano simulazioni di attività di insegnamento o si analizzino videoregistrazioni di lezioni svolte.

 

Ogni anno vanno in pensione insegnanti di straordinario valore, la cui competenza potrebbe invece essere messa al servizio dei futuri docenti in questo tipo di attività, attraverso incarichi universitari, anche temporanei. Ciò costituirebbe tra l’altro uno dei tasselli più significativi di quella “carriera” di cui si parla da molto tempo.

 

Tutto questo considerato, ritengo che sia decisiva, piuttosto che una ristrutturazione del percorso formativo come quella indicata da Cominelli, un’attuazione di alto profilo della “bozza Israel”, tenendo adeguato conto sia delle competenze realmente presenti nel mondo della scuola, sia della necessità di integrare la formazione teorica universitaria con frequenti momenti di didattica operativa ed esperienziale.



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COMMENTI
30/06/2010 - Precisazioni a Cominelli (Giorgio Ragazzini)

Per quanto riguarda il termine "utopia", per di più applicato al praticantato tout court, Cominelli non ha che da prendersela con la redazione del Sussidiario, io non c’entro. Stamattina, anzi, ho scritto a un suo collega che "il titolo non corrisponde affatto al mio pensiero: non ho mai detto né fatto intendere che il praticantato 'è utopia', né lo pensa il professor Israel, che lo prevede, anche se non di due anni, come vorrebbe Cominelli. Io ho solo sottolineato che, se è vero che non molte scuole (secondo la mia esperienza di insegnante) sono poco preparate ad assumere tale compito, sarebbe un errore raddoppiare la durata del tirocinio. Ho poi auspicato che, ancor più delle questioni quantitative, ci si preoccupi della qualità e della serietà dell'iter". Detto questo e a parte la confusione tra praticantato e tirocinio, che non mi sembra poi così grave, preciso che non sto con alcuna "corporazione accademica", figuriamoci. Mi limito a dire: 1) che un anno di tirocinio/praticantato, a certe condizioni di serietà e qualità può equivalere a due anni fatti mentre si studia e si sostengono esami; 2) che l’università dovrebbe includere molte lezioni di carattere esperienziale (simulazioni, seminari, progettazione didattica, analisi di lezioni, ecc.), da affidare proprio agli "insegnanti esperti"; 3) che le scuole devono essere messe in grado di costituire effettivamente stimolanti ambienti formativi, cosa che attualmente in gran parte non sono.

RISPOSTA:

Ha ragione Ragazzini nel dire a Cominelli che non deve prendersela con lui per il titolo, nel quale compare la parola, così destabilizzante, di "utopia". Infatti, quel titolo è opera della redazione, come accade in qualsiasi giornale, e pertanto la redazione se ne assume completa responsabilità. Si sa, un titolo è sempre un po’ "tiranno". Che il titolo spetti sempre alla redazione, però, lo sa anche Cominelli, che della redazione del Sussidiario fa anch’egli parte. E sa anche che mai e poi mai i titoli sono condivisi con gli autori: né nel piccolo Sussidiario, né nei più blasonati quotidiani nazionali. Per questo motivo, ci piace di pensare, primo, che non ce l’avesse davvero con lei, quando dice di preferire il realismo alla definizione, "sprezzante", di utopia affibbiata al suo pensiero; secondo, che in fondo la cosa un po’ gli piaccia, se quell’"utopia" gli ha consentito di esprimere ancor meglio, in sede di commento, il suo pensiero. Morale: un po’ di utopia conviene a tutti. Federico Ferraù

 
30/06/2010 - Praticantato utopico se regna la confusione (enrico maranzana)

La pratica sul campo, finalizzata e controllata, è un momento irrinunciabile del percorso d'ingresso all'insegnamento. Per mettere a frutto le sue potenzialità è fondamentale individuare situazioni propizie alla promozione di una professionalità docente al passo con i tempi. Un’analogia: la nostra nazionale di calcio è stata umiliata e il commissario tecnico si è assunto la responsabilità del fallimento, non essendo riuscito a mettere a frutto le potenzialità dei singoli giocatori. Anche la nostra scuola, nelle indagini internazionali, fornisce prestazioni del tutto deludenti. I dirigenti scolastici, che hanno il compito di condurre a unità il servizio scolastico, al contrario di Lippi, si rendono irresponsabilmente latitanti: come per le sale operatorie degli ospedali dovrebbero assicurarsi che gli obbiettivi siano esplicitati, che il coordinamento sia efficace, che le procedure siano in linea con gli avanzamenti scientifici.

 
30/06/2010 - bravo Ragazzini! (letizia cattaneo)

Bravo Ragazzini! Finalmente il trionfo del buon senso sull'ideologia (che invece prevale negli articoli di Cominelli e potenzialmente può fare danni incommensurabili). Penso che partire dalla realtà concreta, dall'esperienza e dai suoi fattori, sia l'unica via per trovare le soluzioni migliori alla questione della formazione degli insegnanti.

RISPOSTA:

La logica del dibattito non prevede né il "servo encomio" né il "codardo oltraggio". Richiede che ciascuno entri nel merito e si assuma il coraggio delle proprie libere opinioni. Finchè queste non sono messe sul tavolo, l’accusa di ideologismo e di astrattezza ad altre opinioni, largamente argomentate, benché sempre opinabili, suona, questa sì, come ideologica e astratta. Difficile confrontarsi su un giudizio del genere. A meno che lo scopo della gentile lettrice non sia quello di confrontarsi, ma di giudicare. Il che avviene nei tribunali... ideologici. Dèja vu! Giovanni Cominelli

 
30/06/2010 - Ruoli paritari per scuola e università (Alessandra Anceschi)

Dalla lettura dell'articolo di Cominelli qui commentato non m'è parso che si volesse distinguere in modo netto il ruolo dell'università da quello della scuola. Il punto d'osservazione era piuttosto rivolto alla necessità di attribuire un peso egualitario alle due istituzioni formative, cosa che allo stato attuale appare invece sbilanciata. E' nell'interesse di tutti che vi possano essere interscambi virtuosi e non nette separazioni. L'intento, spesso misconosciuto, di moltissimi di coloro che hanno lavorato nelle vecchie SSIS a cavallo tra scuola e università è sempre stato questo. Ora, proprio costoro (si tratta soprattutto degli ex supervisori), stanno promuovendo con enorme successo percorsi di formazione per il tutoraggio affinché non si arrivi sguarniti alla messa in moto del nuovo regolamento: c'è chi non sta con le mani in mano e le iniziative per una qualificazione di tutti i ruoli di tutorship si stanno diffondendo e definendo. Pieno accordo, invece, sulla necessità di selezione, retribuzione, responsabilizzazione dei futuri mentori e sulla necessità di incentivare didattica attiva e laboratoriale condotta da docenti esperti.