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SCUOLA/ Oggi il praticantato per gli insegnanti è utopia, puntiamo forte sulla "bozza Israel"

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Nel suo articolo sulla formazione degli insegnanti, Giovanni Cominelli sostiene la necessità di una fase più lunga di “praticantato” (e dunque di un ruolo maggiore delle scuole) rispetto a quanto previsto dal regolamento redatto dalla commissione Israel, oltre a giudicare eccessiva la durata dell’iter formativo.

 

In concreto, la parte essenziale della sua proposta consiste nel portare da uno a due anni il tirocinio, che si svolgerebbe contemporaneamente agli ultimi due anni di università.

 

Viene subito spontaneo osservare che un anno dedicato completamente al “praticantato” e due di tirocinio “part time” sembrano, a occhio e croce, equivalenti. Ma viene soprattutto da chiedersi quante scuole siano adeguatamente preparate a un ruolo di responsabilità così esteso e dispongano delle competenze necessarie. Dubito che siano molte.

 

Non si può certo continuare con il volontariato gratuito che caratterizzava l’esperienza delle SSIS, con gli specializzandi costretti a questuare un tirocinio da questo o quel docente, che a sua volta doveva improvvisarsi “tutor” senza avere la minima formazione in proposito. Ci vogliono docenti selezionati e retribuiti a questo scopo (e perciò pienamente responsabilizzati), che certamente non si inventano dall’oggi al domani.

 

Manca poi quasi sempre nella scuola italiana (in particolare nel livello secondario), e va invece urgentemente creata, un’altra condizione essenziale per rendere qualitativamente adeguata l’esperienza del tirocinio, oltre che per fornire la base indispensabile di una continua crescita di tutti i docenti: l’idea e la pratica della scuola come comunità professionale, in cui sia normale e frequente il confronto attraverso il metodo seminariale delle esperienze didattiche, delle soluzioni date a problemi specifici, sia di carattere metodologico che relazionale.

 

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COMMENTI
30/06/2010 - Precisazioni a Cominelli (Giorgio Ragazzini)

Per quanto riguarda il termine "utopia", per di più applicato al praticantato tout court, Cominelli non ha che da prendersela con la redazione del Sussidiario, io non c’entro. Stamattina, anzi, ho scritto a un suo collega che "il titolo non corrisponde affatto al mio pensiero: non ho mai detto né fatto intendere che il praticantato 'è utopia', né lo pensa il professor Israel, che lo prevede, anche se non di due anni, come vorrebbe Cominelli. Io ho solo sottolineato che, se è vero che non molte scuole (secondo la mia esperienza di insegnante) sono poco preparate ad assumere tale compito, sarebbe un errore raddoppiare la durata del tirocinio. Ho poi auspicato che, ancor più delle questioni quantitative, ci si preoccupi della qualità e della serietà dell'iter". Detto questo e a parte la confusione tra praticantato e tirocinio, che non mi sembra poi così grave, preciso che non sto con alcuna "corporazione accademica", figuriamoci. Mi limito a dire: 1) che un anno di tirocinio/praticantato, a certe condizioni di serietà e qualità può equivalere a due anni fatti mentre si studia e si sostengono esami; 2) che l’università dovrebbe includere molte lezioni di carattere esperienziale (simulazioni, seminari, progettazione didattica, analisi di lezioni, ecc.), da affidare proprio agli "insegnanti esperti"; 3) che le scuole devono essere messe in grado di costituire effettivamente stimolanti ambienti formativi, cosa che attualmente in gran parte non sono.

RISPOSTA:

Ha ragione Ragazzini nel dire a Cominelli che non deve prendersela con lui per il titolo, nel quale compare la parola, così destabilizzante, di "utopia". Infatti, quel titolo è opera della redazione, come accade in qualsiasi giornale, e pertanto la redazione se ne assume completa responsabilità. Si sa, un titolo è sempre un po’ "tiranno". Che il titolo spetti sempre alla redazione, però, lo sa anche Cominelli, che della redazione del Sussidiario fa anch’egli parte. E sa anche che mai e poi mai i titoli sono condivisi con gli autori: né nel piccolo Sussidiario, né nei più blasonati quotidiani nazionali. Per questo motivo, ci piace di pensare, primo, che non ce l’avesse davvero con lei, quando dice di preferire il realismo alla definizione, "sprezzante", di utopia affibbiata al suo pensiero; secondo, che in fondo la cosa un po’ gli piaccia, se quell’"utopia" gli ha consentito di esprimere ancor meglio, in sede di commento, il suo pensiero. Morale: un po’ di utopia conviene a tutti. Federico Ferraù

 
30/06/2010 - Praticantato utopico se regna la confusione (enrico maranzana)

La pratica sul campo, finalizzata e controllata, è un momento irrinunciabile del percorso d'ingresso all'insegnamento. Per mettere a frutto le sue potenzialità è fondamentale individuare situazioni propizie alla promozione di una professionalità docente al passo con i tempi. Un’analogia: la nostra nazionale di calcio è stata umiliata e il commissario tecnico si è assunto la responsabilità del fallimento, non essendo riuscito a mettere a frutto le potenzialità dei singoli giocatori. Anche la nostra scuola, nelle indagini internazionali, fornisce prestazioni del tutto deludenti. I dirigenti scolastici, che hanno il compito di condurre a unità il servizio scolastico, al contrario di Lippi, si rendono irresponsabilmente latitanti: come per le sale operatorie degli ospedali dovrebbero assicurarsi che gli obbiettivi siano esplicitati, che il coordinamento sia efficace, che le procedure siano in linea con gli avanzamenti scientifici.

 
30/06/2010 - bravo Ragazzini! (letizia cattaneo)

Bravo Ragazzini! Finalmente il trionfo del buon senso sull'ideologia (che invece prevale negli articoli di Cominelli e potenzialmente può fare danni incommensurabili). Penso che partire dalla realtà concreta, dall'esperienza e dai suoi fattori, sia l'unica via per trovare le soluzioni migliori alla questione della formazione degli insegnanti.

RISPOSTA:

La logica del dibattito non prevede né il "servo encomio" né il "codardo oltraggio". Richiede che ciascuno entri nel merito e si assuma il coraggio delle proprie libere opinioni. Finchè queste non sono messe sul tavolo, l’accusa di ideologismo e di astrattezza ad altre opinioni, largamente argomentate, benché sempre opinabili, suona, questa sì, come ideologica e astratta. Difficile confrontarsi su un giudizio del genere. A meno che lo scopo della gentile lettrice non sia quello di confrontarsi, ma di giudicare. Il che avviene nei tribunali... ideologici. Dèja vu! Giovanni Cominelli

 
30/06/2010 - Ruoli paritari per scuola e università (Alessandra Anceschi)

Dalla lettura dell'articolo di Cominelli qui commentato non m'è parso che si volesse distinguere in modo netto il ruolo dell'università da quello della scuola. Il punto d'osservazione era piuttosto rivolto alla necessità di attribuire un peso egualitario alle due istituzioni formative, cosa che allo stato attuale appare invece sbilanciata. E' nell'interesse di tutti che vi possano essere interscambi virtuosi e non nette separazioni. L'intento, spesso misconosciuto, di moltissimi di coloro che hanno lavorato nelle vecchie SSIS a cavallo tra scuola e università è sempre stato questo. Ora, proprio costoro (si tratta soprattutto degli ex supervisori), stanno promuovendo con enorme successo percorsi di formazione per il tutoraggio affinché non si arrivi sguarniti alla messa in moto del nuovo regolamento: c'è chi non sta con le mani in mano e le iniziative per una qualificazione di tutti i ruoli di tutorship si stanno diffondendo e definendo. Pieno accordo, invece, sulla necessità di selezione, retribuzione, responsabilizzazione dei futuri mentori e sulla necessità di incentivare didattica attiva e laboratoriale condotta da docenti esperti.