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SCUOLA/ Ribolzi: ecco perché l’università non è in grado di formare i docenti

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Una scena del film L'attimo fuggente, di P. Weir  Una scena del film L'attimo fuggente, di P. Weir

 

Per quel che riguarda la preparazione disciplinare, in particolare per la scuola secondaria, di cui certamente è soggetto prioritario l’università, io considero interessante il modello definito empty faculty, in cui dopo aver fissato i requisiti dei docenti ogni università, o rete di università, individua nelle varie facoltà i luoghi degli apprendimenti, attivando solo quelli che non esistono. La laurea triennale dovrebbe garantire le competenze disciplinari, mentre le didattiche potrebbero essere realizzate per gruppi di corsi di laurea, così come le tecnologie; le scienze dell’educazione - che non si possono etichettare tutte come “pedagogismi” - se non si trovano presso le relative facoltà, possono essere attivate ad hoc. A questo si oppone, in Italia, lo scarsissimo spirito di collaborazione delle facoltà, che cercano di sopraffarsi, ma non dovrebbe essere impossibile partire con una sperimentazione.

 

4. Lo snodo fondamentale che qualifica il buon insegnante è quello finale, l’esperienza guidata nella scuola, con un ruolo determinante dell’insegnante esperto, il mentor, che affianca prima, e supporta poi, il nuovo insegnante nell’ultimo tratto del suo percorso formativo, il più delicato, quello in cui si completa la sua preparazione in situazione, ma anche si compie una prima verifica delle sue reali attitudini all’insegnamento, che solo la scuola può compiere. Per questo deve esserci una valutazione finale discriminante: dell’inadeguatezza della selezione al termine del cosiddetto “anno di prova”, in cui quasi nessuno viene bocciato, è testimone il numero basso, ma sempre troppo elevato, di docenti inetti. Questo compito non è possibile in mancanza di una qualificazione - e retribuzione - dei docenti e un sostegno alle scuole che, analogamente alle cliniche universitarie, esercitano il ruolo fondamentale di qualificare i docenti. Dovrebbe anche essere possibile per queste scuole (ecco un’altra buona idea passata nel dimenticatoio) tenere per qualche anno gli insegnanti formati.

 

Riassumendo in forma estremamente schematica, affinché la professione docente recuperi prestigio e attrattiva, e il corpo docente nel suo insieme possa avere un colpo d’ala in grado di portare fuori della palude la scuola italiana, non basta sostituire un modello “disciplinare” ad uno “pedagogico” (ma credo che non lo pensi nemmeno il collega Israel nella sua vis polemica!), e neppure puntare su di un “modello purchessia”. C’è bisogno piuttosto di un intervento articolato sul lungo periodo e su molti punti: una formazione, iniziale e in servizio, basata sulle acquisizioni più recenti della ricerca scientifica disciplinare e nelle scienze dell’apprendimento; il potenziamento dell’autonomia delle scuole e la valorizzazione del loro ruolo di comunità di apprendimento; l’esistenza di una carriera; la valutazione sistematica; la valorizzazione del merito; la possibilità di scelta reciproca fra le scuole e i docenti.

Peccato che è passato molto tempo da quando non credo più nella cicogna…

 

 



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COMMENTI
01/07/2010 - Alla cicogna dobbiamo credere (Sergio Palazzi)

Ribolzi, ancora una volta, mostra un punto di equilibrio tra la necessità di introdurre dei meccanismi che devono essere ben tracciati, e una cosa così banale come il fatto che anche gli insegnanti sono studenti (una razza molto particolare, che non smette di imparare per tutta la durata della propria vita professionale). Perchè gli insegnanti, banalmente, sono persone: ognuna inevitabilmente diversa dalle altre e inevitabilmente portatrice di un proprio vissuto che è fatto di esperienze formative personali, di conoscenze acquisite che diventano poi rielaborazioni, modi individuali di rapportarsi con le situazioni e capacità di gestire i contesti in cui si trova. Sarebbe un guaio se a queste cose non dovessimo credere e non dovessimo sostenerle. Tra i compiti di un insegnante di mezza età (come siamo in tanti e forse troppi sulle cattedre) il buon senso vorrebbe che ci fosse anche quello di guidare chi è più giovane: succede in ogni professione o in ogni arte, solo la scuola deve ignorarlo? La vera cicogna o fenice è semmai sperare che questo meccanismo recuperi, dal mondo delle altre professioni, il requisito della libera e responsabile cooptazione e della altrettanto libera, anche se più difficile, estromissione di chi non è all'altezza. La selezione dei docenti da parte di ogni scuola con criteri di concorrenzialità riemerge sempre come auspicio, ma sparisce poi nei fatti. Dal giorno in cui un legislatore ci crederà, servirà una generazione perchè si realizzi.

 
01/07/2010 - "carpe diem" (Anna Di Gennaro)

Finalmente qualcuno esplicita un argomento scottante in modo netto e senza mezzi termini, grazie! Le argomentazioni addotte confermano una percezione comune e il nome illustre non lascia dubbi. Mi permetto di aggiungere una postilla cui sono particolarmente affezionata, grazie alla mia brava insegnante di filosofia e pedagogia: "Una sola cosa so, di non sapere niente". L'atteggiamento mentale di Socrate andrebbe ripreso in seria considerazione a partire dall'epilogo del film particolarmente discutibile da cui è tratta l'immagine a corredo dell'articolo stesso. Ma questa riflessione educativo- comunicativa potrebbe essere argomento per chi ha competenze specifiche sulle tappe dell'età evolutiva. Non basta affascinare i ragazzi, potrebbe essere estremamente pericoloso privarli del senso della conoscenza! Ma questa è un'altra storia.

 
01/07/2010 - La formazione modella: quali il riferimento? (enrico maranzana)

La scuola è un'organizzazione, un insieme di persone formalmente unito per conseguire risultati: l'apprendimento. Ecco il fondamento della formazione docenti: se l'apprendimento è erogato (come dice il glossario del ministro) allora l'università è il luogo deputato alla preparazione degli insegnanti. Ma se sono i giovani e le loro qualità ad essere il cardine del servizio scolastico, allora il percorso verso l'insegnamento deve sostanziarsi di progettualità, di interrelazioni personali e di coordinamento, di feed-back, tutti aspetti assenti nel dibattito in corso. Il riferimento concettuale rimane la scuola d'inizio secolo scorso, fondata sull'insegnamento delle singole discipline; ad esse gli studenti devono adattarsi. La formazione e l'educazione, funzioni sovra ordinate all'istruzione, sono state rimosse.