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Educazione

SCUOLA/ Ribolzi: ecco perché l’università non è in grado di formare i docenti



Luisa Ribolzi


giovedì 1 luglio 2010


Mi arrivano una serie di richieste a non seguire il comportamento di “lagnosità inconcludente” da me criticato, indicando a che cosa penso quando parlo di “questione insegnante”: le mie considerazioni rispondono anche, credo, ad alcune delle obiezioni che mi muove Giorgio Israel. Sono molto lunghe e, temo, poco giornalistiche: non me ne vogliano gli amici del Sussidiario, che vorrei ringraziare perché si sono qualificati come uno dei pochi luoghi in cui avviene un reale dibattito sui problemi della scuola e dell’università.

 

Per restare nella metafora guerresca - quella del soldato Ryan per intenderci - si può partire dalla constatazione che le guerre si fanno con i soldati che si hanno: in questo caso, con circa 700mila docenti “di ruolo”, la cui età media è di 49 anni. Sia le cessazioni che le assunzioni sono regolate non dal mercato (da quanti insegnanti sono realmente necessari), ma dalle norme, ad esempio quelle pensionistiche, che possono determinare un aumento delle dimissioni ma anche un cambiamento dell’età di pensionamento, così come la restrizione per i nuovi assunti ha, in prospettiva, ristretto le possibilità di ingresso di nuovi insegnanti.

 

Negli ultimi dieci anni, il tasso di uscita ha oscillato fra 2,1% nel 2002 e 6,2% nel 2007 (in valore assoluto da 15.260 a 43.620 insegnanti), mentre le assunzioni sono variate da 1,8% nel 2004 a 7,1% nel 2007 (tra 12.363 e 49.715 insegnanti). Non voglio annoiare i lettori con una sfilza di numeri (chi fosse interessato, li trova nel sito del ministero alla voce “la scuola in cifre”): ma pare evidente che almeno per i prossimi dieci anni il miglioramento dei docenti - e per il momento non entro nei contenuti - si avrà da un equilibrio fra la formazione in servizio dei docenti esistenti, accompagnata o meno da incentivi di carriera, e un nuovo sistema di formazione che eviti gli errori del passato.

 

Questo include un’attenta gestione della fase di transizione, che parte dal momento in cui la normativa diviene operante, e il momento in cui si completa il percorso formativo previsto. Per fare un esempio, se si partisse con i nuovi corsi di formazione quinquennali per i maestri elementari con il prossimo anno accademico, per incardinare i nuovi insegnanti si dovrebbe arrivare al 2016: naturalmente, con i vari riconoscimenti dei percorsi pregressi si potrebbero restringere i tempi, ma in ogni caso bisognerà pensare a che cosa fare almeno nei prossimi tre anni.

 

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Per quanto riguarda, nello specifico, i contenuti e i modi della formazione, posto che il metodo senza contenuti è vuoto, e i contenuti senza metodo sono inefficaci, ricavo dalla comparazione internazionale alcune utili indicazioni.

 

1. La preparazione degli insegnanti della scuola primaria punta essenzialmente su di un curricolo polivalente, in cui l’integrazione è molto forte. Il “maestro” è sostanzialmente un generalista, anche se ha delle specializzazioni, e punta, da solo o con altri - là dove prevale la scelta del team di docenti - alla crescita unitaria del bambino. È chiaro che non può insegnare la matematica o la storia se non la sa, ma l’aspetto disciplinare è in qualche misura strumentale rispetto agli obiettivi formativi: per insegnare la matematica a Pierino, diceva un collega, bisogna conoscere la matematica, conoscere l’insegnamento e conoscere Pierino. Questo modello viene definito “simultaneo”, in quanto la preparazione all’insegnamento avviene contestualmente a quella disciplinare, e talvolta richiede solo il diploma o un’istruzione superiore non universitaria.

 

2. La preparazione degli insegnanti della scuola secondaria vede invece un progressivo affermarsi degli aspetti disciplinari, cui è necessariamente collegato l’aspetto della didattica e delle scienze umane: gli aspiranti docenti che hanno conseguito un titolo di studio in una disciplina specifica, studiano poi per diventare insegnanti (modello “consecutivo”). Anche qui, quanto a competenze, cambia l’ordine dei fattori, ma non il prodotto, che è o dovrebbe essere un insegnamento di qualità. Sia nel primo che nel secondo modello sono previsti dei tirocini nel corso degli studi, con l’affiancamento di un insegnante esperto, e un periodo di praticantato (formazione pratica in ambito scolastico) in genere retribuito, e con un giudizio vincolante da parte della scuola.

 

3. Proprio per questo intreccio di competenze dei docenti (cui se ne aggiungono altre, come saper collaborare con i colleghi, saper valutare ed altre ancora), non solo sembra rischioso a me, ma è un modello ritenuto poco efficace quello di affidare alle facoltà universitarie la formazione dei docenti. Israel ha indicato, fra i meriti del regolamento, la collaborazione fra scuola e università: si tratta di un elemento positivo nella teoria, meno nella pratica, perché permane una subalternità della scuola, considerata inadeguata o incapace a produrre cultura su di sé.

 

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Per quel che riguarda la preparazione disciplinare, in particolare per la scuola secondaria, di cui certamente è soggetto prioritario l’università, io considero interessante il modello definito empty faculty, in cui dopo aver fissato i requisiti dei docenti ogni università, o rete di università, individua nelle varie facoltà i luoghi degli apprendimenti, attivando solo quelli che non esistono. La laurea triennale dovrebbe garantire le competenze disciplinari, mentre le didattiche potrebbero essere realizzate per gruppi di corsi di laurea, così come le tecnologie; le scienze dell’educazione - che non si possono etichettare tutte come “pedagogismi” - se non si trovano presso le relative facoltà, possono essere attivate ad hoc. A questo si oppone, in Italia, lo scarsissimo spirito di collaborazione delle facoltà, che cercano di sopraffarsi, ma non dovrebbe essere impossibile partire con una sperimentazione.

 

4. Lo snodo fondamentale che qualifica il buon insegnante è quello finale, l’esperienza guidata nella scuola, con un ruolo determinante dell’insegnante esperto, il mentor, che affianca prima, e supporta poi, il nuovo insegnante nell’ultimo tratto del suo percorso formativo, il più delicato, quello in cui si completa la sua preparazione in situazione, ma anche si compie una prima verifica delle sue reali attitudini all’insegnamento, che solo la scuola può compiere. Per questo deve esserci una valutazione finale discriminante: dell’inadeguatezza della selezione al termine del cosiddetto “anno di prova”, in cui quasi nessuno viene bocciato, è testimone il numero basso, ma sempre troppo elevato, di docenti inetti. Questo compito non è possibile in mancanza di una qualificazione - e retribuzione - dei docenti e un sostegno alle scuole che, analogamente alle cliniche universitarie, esercitano il ruolo fondamentale di qualificare i docenti. Dovrebbe anche essere possibile per queste scuole (ecco un’altra buona idea passata nel dimenticatoio) tenere per qualche anno gli insegnanti formati.

 

Riassumendo in forma estremamente schematica, affinché la professione docente recuperi prestigio e attrattiva, e il corpo docente nel suo insieme possa avere un colpo d’ala in grado di portare fuori della palude la scuola italiana, non basta sostituire un modello “disciplinare” ad uno “pedagogico” (ma credo che non lo pensi nemmeno il collega Israel nella sua vis polemica!), e neppure puntare su di un “modello purchessia”. C’è bisogno piuttosto di un intervento articolato sul lungo periodo e su molti punti: una formazione, iniziale e in servizio, basata sulle acquisizioni più recenti della ricerca scientifica disciplinare e nelle scienze dell’apprendimento; il potenziamento dell’autonomia delle scuole e la valorizzazione del loro ruolo di comunità di apprendimento; l’esistenza di una carriera; la valutazione sistematica; la valorizzazione del merito; la possibilità di scelta reciproca fra le scuole e i docenti.

Peccato che è passato molto tempo da quando non credo più nella cicogna…

 

 



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COMMENTI
01/07/2010 - Alla cicogna dobbiamo credere (Sergio Palazzi)

Ribolzi, ancora una volta, mostra un punto di equilibrio tra la necessità di introdurre dei meccanismi che devono essere ben tracciati, e una cosa così banale come il fatto che anche gli insegnanti sono studenti (una razza molto particolare, che non smette di imparare per tutta la durata della propria vita professionale). Perchè gli insegnanti, banalmente, sono persone: ognuna inevitabilmente diversa dalle altre e inevitabilmente portatrice di un proprio vissuto che è fatto di esperienze formative personali, di conoscenze acquisite che diventano poi rielaborazioni, modi individuali di rapportarsi con le situazioni e capacità di gestire i contesti in cui si trova. Sarebbe un guaio se a queste cose non dovessimo credere e non dovessimo sostenerle. Tra i compiti di un insegnante di mezza età (come siamo in tanti e forse troppi sulle cattedre) il buon senso vorrebbe che ci fosse anche quello di guidare chi è più giovane: succede in ogni professione o in ogni arte, solo la scuola deve ignorarlo? La vera cicogna o fenice è semmai sperare che questo meccanismo recuperi, dal mondo delle altre professioni, il requisito della libera e responsabile cooptazione e della altrettanto libera, anche se più difficile, estromissione di chi non è all'altezza. La selezione dei docenti da parte di ogni scuola con criteri di concorrenzialità riemerge sempre come auspicio, ma sparisce poi nei fatti. Dal giorno in cui un legislatore ci crederà, servirà una generazione perchè si realizzi.

 
01/07/2010 - Apprendimento e insegnamento (Giovanni Cominelli)

Totalmente d'accordo con Luisa Ribolzi. Anche se preferisco, sulla scorta del linguaggio del diritto del lavoro, chiamare PRATICANTATO ciò che lei chiama TIROCINIO e viceversa. Mi pare che Maranzana abbia colto il fondamento "ontologico" della questione. Se si pone al centro l'INSEGNAMENTO, la professione docente e dunque anche la sua formazione iniziale è modulata, gentilianamente, sulla somministrazione di saperi ordinati storicamente in un certo modo: le discipline. E' un buon insegnante chi le possiede completamente. Se si pone al centro l'APPRENDIMENTO, la professione docente si esercita concretamente dentro una comunità professionale e non nella "repubblica degli unici" e, soprattutto, si modella sulle domande del soggetto che ha di fronte. La prima domanda è quella del sapere, certamente, è quella costitutiva. Benché non sia la sola. Ma proprio perciò l'insegnante è uno che si pone il problema della conquista del sapere, dei suoi meccanismi epistemologici, emozionali, esistenziali. Si pone Il problema della personalizzazione. Il problema del senso per il ragazzo della sua fatica per il sapere. Benchè appaia controintuitivo, solo il primato dell'apprendimento consente di costruire un buon insegnamento. E pertanto di occuparsi della preparazione degli insegnanti quale grande questione pubblica.

 
01/07/2010 - "carpe diem" (Anna Di Gennaro)

Finalmente qualcuno esplicita un argomento scottante in modo netto e senza mezzi termini, grazie! Le argomentazioni addotte confermano una percezione comune e il nome illustre non lascia dubbi. Mi permetto di aggiungere una postilla cui sono particolarmente affezionata, grazie alla mia brava insegnante di filosofia e pedagogia: "Una sola cosa so, di non sapere niente". L'atteggiamento mentale di Socrate andrebbe ripreso in seria considerazione a partire dall'epilogo del film particolarmente discutibile da cui è tratta l'immagine a corredo dell'articolo stesso. Ma questa riflessione educativo- comunicativa potrebbe essere argomento per chi ha competenze specifiche sulle tappe dell'età evolutiva. Non basta affascinare i ragazzi, potrebbe essere estremamente pericoloso privarli del senso della conoscenza! Ma questa è un'altra storia.

 
01/07/2010 - Difendiamo la scuola reale dagli schemi (roberto pellegatta)

Grazie alla chiarezza e sintesi di Ribolzi! La situazione è drammatica: la ripresa dell scuola dipende dalla ripresa del "saper insegnare". Questa "arte nuova" peggiorerà se passa il modello Israel, oltre al vuoto lasciato per i prossimi anni. Non ci vuole un cattedratico universitario per capire che ad insegnare non si impara in università. Nessun insegnante onesto e serio lo può sostenere. In modo più approfondito al prof. Israel hanno detto questo tutte le associazioni professionali dei docenti e dirigenti in un documento dello scorso anno, purtroppo inascoltato. In un certo modo l’ha ripetuto anche la relazione iniziale dell’on. Aprea e il parere finale della Commissione della Camera. La contrapposizione poi tra disciplinarismo e pedagogismo (falsa) assomiglia tanto a quella (altrettanto falsa) tra competenze e conoscenze a proposito delle cosiddette "nuove" superiori. Si tratta sempre di posizioni nate da chi non conosce in nulla la scuola reale o non vuole fare i conti con essa, per sostenere schemi propri. Perché, come giustamente suggerisce Ribolzi, non si guarda un po’ oltre le Alpi? Per esempio al modello francese degli Istituti Universitari francesi specifici per la formazione dei docenti? Nel progetto attuale la scuola è di fatto emarginata e la professione dell’insegnante dell’infanzia ed elementare scoraggiata. Grazie ancora a chi cerca di difendere la vera "casa" della scuola.

 
01/07/2010 - La formazione modella: quali il riferimento? (enrico maranzana)

La scuola è un'organizzazione, un insieme di persone formalmente unito per conseguire risultati: l'apprendimento. Ecco il fondamento della formazione docenti: se l'apprendimento è erogato (come dice il glossario del ministro) allora l'università è il luogo deputato alla preparazione degli insegnanti. Ma se sono i giovani e le loro qualità ad essere il cardine del servizio scolastico, allora il percorso verso l'insegnamento deve sostanziarsi di progettualità, di interrelazioni personali e di coordinamento, di feed-back, tutti aspetti assenti nel dibattito in corso. Il riferimento concettuale rimane la scuola d'inizio secolo scorso, fondata sull'insegnamento delle singole discipline; ad esse gli studenti devono adattarsi. La formazione e l'educazione, funzioni sovra ordinate all'istruzione, sono state rimosse.