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SCUOLA/ Letteratura, programmi, prof: chi è il peggior "nemico" dell'italiano?

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Il fatto che i ragazzi in uscita dalla scuola superiore non sappiano scrivere non è certo una novità, ma i risultati della Rilevazione degli apprendimenti effettuata dall’INVALSI sulle prove scritte di italiano elaborate dagli studenti al termine del II ciclo di studi, recentemente pubblicati dal medesimo istituto, inquadrano e quantificano il fenomeno sulla base di dati numerici incontrovertibili.

 

Credo che nelle cause del complesso problema vadano distinti un aspetto teorico - inerente modalità e fini dell’insegnamento della lingua italiana - e uno pratico - inerente l’organizzazione del lavoro del consiglio di classe.

 

Per quanto riguarda il primo aspetto, il professor Sabatini, in un’intervista pubblicata su questo giornale, ritiene che una strada percorribile possa essere quella di uno studio della grammatica italiana non limitato al solo biennio della scuola superiore, ma esteso anche al triennio, nel quale invece, a oggi, lo studio dell’“italiano” è studio della letteratura, e non della lingua; su questa linea si muovono anche, in modo del tutto condivisibile, le Indicazioni nazionali.

 

Tuttavia rimane il problema, che già si è avuto modo di affrontare su questo quotidiano, di come rendere funzionale lo studio della grammatica alla capacità di scrittura e, nell’ottica aperta dalle Indicazioni nazionali, di come rendere funzionale alla padronanza linguistica (conoscenza teorica e pratica) lo studio della letteratura.

 

Ritengo che lo studio della grammatica abbia un senso e risulti interessante per lo studente se e solo se non resta fine a se stesso, ma diventa la chiave per impadronirsi di quello straordinario strumento di espressione che è la lingua: invece di insegnare, ad esempio, a riconoscere il complemento di causa (in prima) e la subordinata causale (in seconda) - il tutto ovviamente dopo essere passati attraverso la classificazione di certe parti del discorso in preposizioni, locuzioni preposizionali, congiunzioni, ecc. -, risulta più economico e produttivo, nell’ottica dell’acquisizione di capacità di scrittura, evidenziare l’esistenza del rapporto causa-effetto, e mostrare come la lingua metta a disposizione molti modi per esprimere tale rapporto logico.

 

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COMMENTI
22/07/2010 - Un aiuto da chimica, matematica, tecnica (Sergio Palazzi)

Rispondere che i nemici siano i prof, e i programmi, e i libri messi a ponte fra gli uni e gli altri, e la centralità che ancora si associa al "prof di Italiano", parrebbe un po' sparare sulla Croce Rossa. Ma non credo generalizzabile neppure l'idea che i docenti di "altre cose", specie scientifiche, trascurino la qualità della scrittura. Sì, molti sono sciatti quanto e più di certi prof di italiano. Però questi ultimi raramente hanno sensibilità e metodo per lavorare su "forme letterarie" come relazioni sperimentali ed articoli scientifici, traendone supporto per educare alla qualità ed all'efficacia della scrittura. Eppure nella realtà della vita sarà su queste forme di comunicazione che si valuterà la competenza di chi scrive: competenza nel fare e nell'incarnare le sue conoscenze. Non capita solo a me di sentirmi dare dell'inutile pignolo, da colleghi o da genitori, se il voto di uno scritto di chimica si abbassa a causa di ortografia o punteggiatura, e non è raro sentire il commento "ma prof, se a quella di italiano va bene come scrivo, perchè a lei...?". Eppure nella chimica, almeno quanto nella matematica, il livello di conoscenza cresce e si struttura parallelamente al rigore dei linguaggi impiegati (verbali e no). Levi non era un'eccezione, nell'attenzione all'analisi dei linguaggi come strumento di interpretazione del reale; dell'importanza che ha la lingua, il logos, nell'essere co-artefici e corresponsabili di ciò che il nostro passaggio lascerà nel mondo.

 
20/07/2010 - Fare squadra (enrico maranzana)

La "distinzione tra l'aspetto teorico - inerente modalità e fini dell’insegnamento della lingua italiana - e quello pratico - inerente l’ORGANIZZAZIONE del lavoro del CONSIGLIO DI CLASSE" è rimasta molto, molto sullo sfondo. Il nodo da sciogliere riguarda la concezione del sistema scuola: unitario o parcellizzato? La cui corretta soluzione implica il supermento del fatto che "non sempre o molto di rado i colleghi di scienze, fisica, storia, ecc. correggono la forma e/o lo sviluppo logico-concettuale delle risposte dei ragazzi, o per non essere costretti ad abbassare troppo i voti, o perché non di loro competenza. Salvo poi lamentarsi con il collega di italiano del fatto che i ragazzi non sanno scrivere!" Si tratta di un chiaro sintomo della schizofrenia che lo scritto denuncia: come si può lavorare in campo matematico, fisico, storico .. prescindendo da sviluppi logico-concettuali rigorosi?