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SCUOLA/ Letteratura, programmi, prof: chi è il peggior "nemico" dell'italiano?

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Questo metodo permette, tra l’altro, anche di affrontare un’altra grave carenza da cui sono afflitti i nostri studenti, e che è in parte la causa dei loro insuccessi nel campo della scrittura: la capacità di capire un testo scritto, nel senso di essere in grado di cogliere e ricostruire i nessi e passaggi logici nei quali esso si articola.

 

È una capacità fondamentale, ovviamente, per lo studio e nasce dall’essere educati a considerare il testo come la risposta - o meglio, come una serie di risposte - a domande implicite, che è compito del lettore esplicitare. Ma essere capaci di riconoscere e ricostruire la struttura logico-ideativa del testo dovrebbe contribuire a rendere lo studente capace di costruire anch’egli testi dotati di una altrettanto evidente e facilmente ricostruibile struttura logico-ideativa (quelle che la Rilevazione degli apprendimenti definisce come competenza rispettivamente testuale e ideativa).

 

Dunque la formazione, o il tentativo di formazione, dello scrittore competente procede di pari passo con la formazione del lettore competente. Certo è - e qui si entra nei problemi di ordine pratico - che il compito di insegnare a scrivere non può gravare sul solo insegnante di italiano, ma deve essere obiettivo dell’intero consiglio di classe, come peraltro riconoscono e sottolineano le Indicazioni nazionali: una sola persona non può raggiungere (né, a quanto pare, di fatto raggiunge) un simile complesso obiettivo, e d’altra parte deve essere chiaro agli studenti che gli scritti di ogni materia e tipo, non solo quelli di “italiano”, devono rispondere a determinati requisiti di correttezza formale e contenutistica.

 

Nella prassi scolastica attuale, invece, benché le interrogazioni scritte siano sempre più impiegate nelle varie materie, anche in funzione e previsione della cosiddetta “terza prova”, non sempre o molto di rado i colleghi di scienze, fisica, storia, ecc. correggono la forma e/o lo sviluppo logico-concettuale delle risposte dei ragazzi, o per non essere costretti ad abbassare troppo i voti, o perché non di loro competenza.

 

Salvo poi lamentarsi con il collega di italiano del fatto che i ragazzi non sanno scrivere! D’altra parte, questa sorta di schizofrenia metodologico-valutativa è stata, almeno fino all’altro ieri, anche autorevolmente giustificata e ampiamente promossa: alcuni anni fa, a un corso abilitante per docenti di secondaria superiore, un preside di liceo classico ci spiegò che gli insegnanti di lettere non dovevano tenere conto, nella valutazione degli scritti di italiano sul modello dell’esame di stato (ad esempio, un’analisi del testo), degli errori di ortografia, perché la correttezza ortografica non rientrava negli obiettivi specifici ed esplicitati di tale prova!

 

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COMMENTI
22/07/2010 - Un aiuto da chimica, matematica, tecnica (Sergio Palazzi)

Rispondere che i nemici siano i prof, e i programmi, e i libri messi a ponte fra gli uni e gli altri, e la centralità che ancora si associa al "prof di Italiano", parrebbe un po' sparare sulla Croce Rossa. Ma non credo generalizzabile neppure l'idea che i docenti di "altre cose", specie scientifiche, trascurino la qualità della scrittura. Sì, molti sono sciatti quanto e più di certi prof di italiano. Però questi ultimi raramente hanno sensibilità e metodo per lavorare su "forme letterarie" come relazioni sperimentali ed articoli scientifici, traendone supporto per educare alla qualità ed all'efficacia della scrittura. Eppure nella realtà della vita sarà su queste forme di comunicazione che si valuterà la competenza di chi scrive: competenza nel fare e nell'incarnare le sue conoscenze. Non capita solo a me di sentirmi dare dell'inutile pignolo, da colleghi o da genitori, se il voto di uno scritto di chimica si abbassa a causa di ortografia o punteggiatura, e non è raro sentire il commento "ma prof, se a quella di italiano va bene come scrivo, perchè a lei...?". Eppure nella chimica, almeno quanto nella matematica, il livello di conoscenza cresce e si struttura parallelamente al rigore dei linguaggi impiegati (verbali e no). Levi non era un'eccezione, nell'attenzione all'analisi dei linguaggi come strumento di interpretazione del reale; dell'importanza che ha la lingua, il logos, nell'essere co-artefici e corresponsabili di ciò che il nostro passaggio lascerà nel mondo.

 
20/07/2010 - Fare squadra (enrico maranzana)

La "distinzione tra l'aspetto teorico - inerente modalità e fini dell’insegnamento della lingua italiana - e quello pratico - inerente l’ORGANIZZAZIONE del lavoro del CONSIGLIO DI CLASSE" è rimasta molto, molto sullo sfondo. Il nodo da sciogliere riguarda la concezione del sistema scuola: unitario o parcellizzato? La cui corretta soluzione implica il supermento del fatto che "non sempre o molto di rado i colleghi di scienze, fisica, storia, ecc. correggono la forma e/o lo sviluppo logico-concettuale delle risposte dei ragazzi, o per non essere costretti ad abbassare troppo i voti, o perché non di loro competenza. Salvo poi lamentarsi con il collega di italiano del fatto che i ragazzi non sanno scrivere!" Si tratta di un chiaro sintomo della schizofrenia che lo scritto denuncia: come si può lavorare in campo matematico, fisico, storico .. prescindendo da sviluppi logico-concettuali rigorosi?