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SCUOLA/ Letteratura, programmi, prof: chi è il peggior "nemico" dell'italiano?

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Si apre però un secondo ordine di problemi, cioè quello della formazione dei docenti: dando per scontato - molto ottimisticamente - che la capacità di scrivere in maniera chiara e corretta non sia più considerata da nessuno dei miei colleghi, almeno di lettere, un “dono di natura”, da chi e quando viene insegnato ai docenti a insegnare a scrivere? Per quanto ne so e per quanto mi concerne, siamo nel campo dell’auto-formazione.

 

Un ultimo accenno alle tipologie di scrittura della prima prova scritta dell’esame di stato, in particolare alla tipologia A, meglio nota come “analisi del testo”, salita quest’anno agli onori della cronaca perché poco gettonata dagli studenti: non credo che essa vada mantenuta nella veste attuale, per una serie di ragioni, tra le quali la più forte mi sembra quella che essa non corrisponde più a quanto si legge negli obiettivi specifici di apprendimento di letteratura italiana stabiliti nelle Indicazioni nazionali, laddove si dice che “il gusto per la lettura resta un obiettivo primario dell’intero percorso di istruzione, da non compromettere attraverso una indebita e astratta insistenza sulle griglie interpretative e sugli aspetti metodologici”.

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COMMENTI
22/07/2010 - Un aiuto da chimica, matematica, tecnica (Sergio Palazzi)

Rispondere che i nemici siano i prof, e i programmi, e i libri messi a ponte fra gli uni e gli altri, e la centralità che ancora si associa al "prof di Italiano", parrebbe un po' sparare sulla Croce Rossa. Ma non credo generalizzabile neppure l'idea che i docenti di "altre cose", specie scientifiche, trascurino la qualità della scrittura. Sì, molti sono sciatti quanto e più di certi prof di italiano. Però questi ultimi raramente hanno sensibilità e metodo per lavorare su "forme letterarie" come relazioni sperimentali ed articoli scientifici, traendone supporto per educare alla qualità ed all'efficacia della scrittura. Eppure nella realtà della vita sarà su queste forme di comunicazione che si valuterà la competenza di chi scrive: competenza nel fare e nell'incarnare le sue conoscenze. Non capita solo a me di sentirmi dare dell'inutile pignolo, da colleghi o da genitori, se il voto di uno scritto di chimica si abbassa a causa di ortografia o punteggiatura, e non è raro sentire il commento "ma prof, se a quella di italiano va bene come scrivo, perchè a lei...?". Eppure nella chimica, almeno quanto nella matematica, il livello di conoscenza cresce e si struttura parallelamente al rigore dei linguaggi impiegati (verbali e no). Levi non era un'eccezione, nell'attenzione all'analisi dei linguaggi come strumento di interpretazione del reale; dell'importanza che ha la lingua, il logos, nell'essere co-artefici e corresponsabili di ciò che il nostro passaggio lascerà nel mondo.

 
20/07/2010 - Fare squadra (enrico maranzana)

La "distinzione tra l'aspetto teorico - inerente modalità e fini dell’insegnamento della lingua italiana - e quello pratico - inerente l’ORGANIZZAZIONE del lavoro del CONSIGLIO DI CLASSE" è rimasta molto, molto sullo sfondo. Il nodo da sciogliere riguarda la concezione del sistema scuola: unitario o parcellizzato? La cui corretta soluzione implica il supermento del fatto che "non sempre o molto di rado i colleghi di scienze, fisica, storia, ecc. correggono la forma e/o lo sviluppo logico-concettuale delle risposte dei ragazzi, o per non essere costretti ad abbassare troppo i voti, o perché non di loro competenza. Salvo poi lamentarsi con il collega di italiano del fatto che i ragazzi non sanno scrivere!" Si tratta di un chiaro sintomo della schizofrenia che lo scritto denuncia: come si può lavorare in campo matematico, fisico, storico .. prescindendo da sviluppi logico-concettuali rigorosi?