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SCUOLA/ L'esperto: alcuni ingredienti per migliorare l'italiano scritto

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Non credo che la colpa sia della letteratura in quanto tale, ma semmai della tendenza diffusa a prescindere dalla lettura dei testi e dall’analisi della lettera (sì, proprio la vecchia ma salutare pratica della parafrasi). L’esame attento di un testo letterario ha un potenziale educativo, anche linguistico, che non andrebbe disperso. Vedo che molti manuali di letteratura, anche ottimi, finiscono con lo schiacciare i testi letterari in una massa di informazioni e di stimoli che ne deprime fatalmente lo spazio: quadri storici, confronti con la storia dell’arte, della scienza, della filosofia, letture critiche. Tutto bene, per carità: ma il tempo della scuola è limitato ed è necessario porsi degli obiettivi prioritari: tra questi non può non esserci l’acquisizione della padronanza linguistica e l’arricchimento del proprio ventaglio espressivo.

 

Se la situazione è quella descritta dal rapporto, chi finora ha sbagliato, la scuola a dare maggiore peso alla storia della letteratura che non alla lingua, o piuttosto la società, visto che si tollerano sui media espressioni come “eccezziunale veramente” o “a me mi piace”? Persino la letteratura oggi “mima” il parlato: è una dinamica normale, da assecondare, o da contrastare?

Non c’è nessuna autorità esterna che possa dettare legge all’universo letterario. Del resto, la lingua non è immobile: un grande classico come Verga apparve ai suoi tempi come un eversore della grammatica e della buona lingua. Il problema è prendere coscienza dei vari livelli della lingua, in cui trovano spazio sia lo scritto formale sia il parlato colloquiale e in cui agiscono esigenze pragmatiche: a me mi piace risponde a un meccanismo di tematizzazione, come dicono i linguisti, e la sequenza non ci darebbe più fastidio, anzi, forse non ci faremmo nemmeno caso, se tra i pronomi figurassero altre parole: «a me tutto questo discorso, e per giunta fatto da chi non ha titoli per avanzare pretese, non mi piace». Esigenze pragmatiche, dicevo, o meccanismi ludici: eccezziunale veramente non è una minaccia alla lingua italiana, ma solo la citazione di un fortunato personaggio creato da Diego Abatantuono.

 

Non pare anche a lei che la lingua non sia sentita come una ricchezza di cui appropriarsi sempre più? Perché?

 

Credo che, in astratto, tutti sarebbero d’accordo sul fatto che scrivere ed esprimersi in modo corretto ed efficace nella propria lingua materna non sia un lusso ma una necessità. Si tratta di rinnovare l’impostazione didattica, creando dunque una curiosità, un interesse e una consapevolezza che spontaneamente non nascerebbero.

 

Il rischio è che anche approfondendo lo studio scolastico ci si arresti ad una pur utile strumentazione, ma non si riesca a veicolarne il valore. Si potrebbe fare a scuola qualcosa di più efficace perché gli studenti colgano la profondità e la ricchezza degli strumenti espressivi?

 

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COMMENTI
22/07/2010 - Una casa è una casa .. tante case una città (enrico maranzana)

Le riflessioni che appaiono sul giornale riguardanti le competenze linguistiche dei giovani studenti glissano su un pilastro della cultura contemporanea: la visione sistemica, compendiata dagli aforismi "E' il tutto che definisce le parti"; "2+2=5". I singoli aspetti, disaggregati, non consentono la governabilità del sistema scuola e impediscono di percepirne la dinamica. Se la problematica si collocasse all'interno di un'organizzazione orientata alla promozione dell'apprendimento (capacità e competenze) apparirebbero i nodi da sciogliere, criticità celate dalla lettura "specialistica" della realtà: unitarietà del servizio e sinergia degli insegnamenti catalizzerebbero l’attenzione.