Educazione
sabato 24 luglio 2010
Pubblichiamo, per gentile concessione de La Nuova Europa, “Lezione e lectio” (1917) di Pavel Florenskij (1882-1937)
Nel 1910, giovane docente dell’Accademia teologica di Mosca, Florenskij iniziò un corso di lezioni sulla storia della filosofia. Quando le diede alle stampe, nel 1917, vi premise una breve introduzione metodologica dove, esponendo la sua originale didattica, metteva in gioco principi fondamentali. Così queste brevi pagine, spesso citate ma inedite in italiano, sono diventate famose come distillato della sua idea di conoscenza, e di educazione.
Benché poiema significhi esattamente «creazione», dovremmo rimanere giustamente perplessi se ci si mettesse a chiamare indifferentemente «poema» qualsiasi creazione. Ma c’è un genere particolare di opera letteraria che ha perso qualsiasi specificazione, al punto che la sua natura finisce per identificarsi col significato etimologico del suo nome. Si tratta appunto della lezione. Giustamente lectio significa lettura. Ma attaccandosi a questo appiglio linguistico, capita spesso che si applichi il nome «lezione» a qualsivoglia opera letteraria, dissertazione scientifica, articolo di rivista o appendice di giornale, purché venga letta (o pronunciata) davanti a un pubblico; così facendo non si tiene però conto del fatto che, sebbene il nome lezione derivi da lectio, le due cose non sono affatto uguali. Sono concetti subordinati: da un lato non necessariamente una lectio è una lezione, e dall’altro non necessariamente una lezione dev’essere letta davanti a degli uditori, ossia essere una lectio, perché le lezioni possono venire alla luce anche direttamente in forma stampata. Potrà sembrare che siano ragionamenti eccessivamente scolastici e che si tratti soltanto di una disquisizione sui termini. Sì; ma per colpa dell’imprecisione nell’uso delle parole, finisce che il genere stesso delle opere letterarie cui si può legittimamente attribuire il nome di «lezione» perde la sua fisionomia specifica; un nome nebuloso impedisce di riconoscere distintamente le prerogative che si richiedono a una lezione dal punto di vista della forma, e la lezione, senza che l’autore se ne renda conto, finisce per confondersi con altri generi letterari. All’atto di dare alle stampe una serie di saggi – un ciclo di lezioni che aveva lo scopo di esaminare lo snodo del pensiero antico in cui la filosofia greca si salda organicamente con la religione greca, all’epoca del Rinascimento ellenistico del VI secolo, – l’autore ritiene necessario indicare alcune caratteristiche che definiscono la natura della lezione in quanto tale.
Imprevedibile come la vita
E dunque, cos’è una «lezione»? È innanzitutto un genere particolare di opera letteraria di carattere didattico, ossia scolastico (non scientifico). E tuttavia un libro di testo, ancorché lo si legga dalla cattedra, non diventerà mai per questo una lezione né un corso di lezioni. Il rapporto che c’è tra il libro di testo e il corso di lezioni è paragonabile al rapporto che c’è tra il meccanismo e l’organismo. I primi termini di questa proporzione [libro di testo, meccanismo] sono costruiti secondo un piano prestabilito, studiato fin nei minimi particolari ed esterno rispetto al materiale che realizza questo piano e quindi assolvono il loro compito proprio alla perfezione («con la precisione di un meccanismo») anche se, a dire il vero, entro un cerchio già stabilito e con un diametro infinitesimale.
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