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SCUOLA/ Bertagna: i docenti di oggi sono soltanto ripetitori o anche maestri?

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Enrico Fermi alla lavagna  Enrico Fermi alla lavagna

«Il rapporto» esistente tra il libro di testo e le lezioni «è paragonabile al rapporto che esiste tra il meccanismo e l’organismo». «I primi termini di questa proporzione (libri di testo, meccanismo) sono costruiti secondo un piano prestabilito». Rimandano a moduli «messi insieme, costruiti con parti preconfezionate», ad un «tirar fuori dai depositi di un’erudizione astratta conclusioni già pronte, in formule stereotipate», oppure concretizzano una «dossografia», cioè la descrizione di opinioni o verità dette da altri ma non necessariamente fatte proprie e interiorizzate.

 

«I secondi termini (lezione, organismo) si caratterizzano, invece, per la naturalezza e la libertà della costruzione, e proprio in forza di questo hanno un funzionamento multiforme, imprecisabile a priori». Rimandano, infatti, ad un «essere vivente» che «sviluppa i propri organi, rispondendo ogni volta alle esigenze che si manifestano in corso d’opera», ad «un’energia viva» (l’energheia aristotelica) contrapposta ad un prodotto già finito (ergon)  e quindi «sclerotizzato», all’«innesco» di una miccia di pensiero e al lievito intellettuale, all’«aspirazione a vedere con i propri occhi, a toccare con le proprie mani la fonte prima» di qualsiasi opinione e verità. Per questo leggere «a un intero uditorio» qualsiasi libro di testo, o qualsiasi altra cosa scritta prima della lezione, vorrebbe dire agire come «una cucitrice che, messa da parte la macchina Singer, volesse cucire con una spina di pesce».  

 

Queste valutazioni sono di Pavel Florenskij e sono tratte da Lezione e lectio (1917), pubblicato per la prima volta in italiano da La Nuova Europa, n. 2, 2010, p. 19-23. Il saggio costituiva l’introduzione alla pubblicazione di una serie di lezioni dal vivo sulla storia della filosofia, pronunciate nel 1910 dall’autore, quando era un giovane docente dell’Accademia teologica di Mosca.

 

Sono valutazioni che colpiscono ancora oggi per la loro penetrante puntualità. A dire il vero, in quei decenni, si può dire che costituissero perfino una specie di «brodo» comune a tutte le correnti culturali contrarie al positivismo che ancora celebrava gli ultimi riflessi dell’incontrastato predominio esercitato nel secolo precedente. In Italia, ad esempio, proprio nel 1913, osservazioni analoghe saranno proposte da Giovanni Gentile nel suo Sommario di pedagogia.

Se, però, le troviamo ancora molto attuali ad un secolo di distanza vuol dire che forse, almeno nella scuola e nelle criteriologie per la formazione iniziale dei docenti, l’ottica e la strumentazione «positivistica» non è stata ancora superata.

 

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COMMENTI
27/07/2010 - epilogo da incorniciare (Anna Di Gennaro)

Mi permetto di segnalarlo a quanti ancora ne fossero ignari: "...Ecco perché la competenza professionale del far lezione, se si fa una 'buona lezione', è l’acme della professionalità docente. E costringe ad una spesa di energie che soltanto chi non ne è capace o non ha mai provato ritiene modesta". Quanti "maestri" hanno trascorso ore alla lavagna a spiegare geometria più o meno sorridenti come il Nostro Enrico Fermi, azzeccatissima immagine a corredo del significativo articolo? Un'esperienza da tramandare seppur con le modalità tecnologiche più moderne!

 
26/07/2010 - chi ha bisogno dei libri di testo? (Salvo Piccinini)

Condivido pienamente. Anzi, rincaro: ogni anno, da marzo in poi, sembra che l'unico problema di molti docenti sia orientarsi nella scelta della migliore novità editoriale da proporre ai propri studenti. Ma se il docente adotta il libro di testo, di fatto, il suo lavoro non consisterà nella spiegazione di esso nel migliore dei modi? E ai ragazzi che compito rimarrà? Ripeterlo a loro volta all'insegnante? Dunque il modello è: l'autore crea il libro - l'insegnante lo traduce in esperienza didattica - in modo tale che gli alunni lo possano ripetere al docente. Sa di circolo vizioso. Di principio d'autorità nella sua accezione meno nobile. Ma ai docenti italiani difetta la professionalità per creare i contenuti didattici utili al proprio ciclo di lezione? Oggi, poi, creare un testo e distribuirlo, grazie alle nuove tecnologie, è operazione alla portata di tutti. Sarebbe un bel modo di presentarsi ai propri alunni, non come ripetitori del tale corso, ma come autori. Diventerebbe anche più semplice chiedere ai ragazzi di fare altrettanto, essere creativi a loro volta. E non sarebbe stimolante frequentare scuole che siano laboratori creativi di contenuti didattici? Abbasso i libri di testo. Viva i libri.

 
26/07/2010 - docenza e organizzazione (SILVIO GORI)

Il cardine della scuola è il rapporto fra la classe e il docente. Il resto è un'organizzazione che dovrebbe favorire il lavoro di insegnare/apprendere. I programmi ministeriali sono, secondo legge, una indicazione che il docente deve adattare alla classe e alla situazione didattica, scegliendo un percorso didattico adeguato. Però alla fine c'è un esame finale, che può gestire la valutazione in vari modi. Se tutto funziona bene, tutti gli allievi vengono promossi, più o meno bene. Però, a sedici anni, in uno dei test di ingresso, la metà della classe ritiene che "attento" sia sinonimo di "negligente". Sono cose che capitano, si risolvono facilmente quando si conoscono, ma ce ne sono molte altre. E questo crea problemi. LA CONTINUITA' didattica: un terzo dei docenti ogni anno viene trasferito (o è precario); con quali conseguenze sulla qualità del risultato? (e sulla qualità del corpo docente?) E poi i libri: sono troppo simili, non sempre la qualità è adeguata, gli studenti vorrebbero sapere quali pagine leggere/riassumere in pochi stereotipi per una buona interrogazione (il minimo possibile, e con lo sconto), come dice Palazzi. Perchè pensare è difficile; imparare a pensare anche di più, soprattutto se non si è imparato pian piano dalle elementari. Per non parlare del resto, su un impianto nato all'inizio del '900 e rappezzato quà e là diverse volte.

 
26/07/2010 - Ma "l'utenza" vuole questa lectio o l'altra? (Sergio Palazzi)

Quanto dice Bertagna non fa una piega per discipline in cui la parola è essenziale (letterarie, filosofiche), e vale ancora di più per discipline che richiedono altre forme di spiegazione/attenzione, che maggiormente portano a svincolarsi dalla lettura della pagina. Quando un genitore mi chiede perchè io non segua il libro di testo, se l'ho fatto adottare, ho risposto che nemmeno quando mi capita di fare lezione sugli argomenti su cui io ho scritto dei libri, e chiamato a far lezione proprio su quelli, ho mai seguito alla lettera i "miei" testi. Chi fa lezione con le dia, sa che la prima cosa da evitare è leggere le dia. E che la lettura testuale di una pagina serve solo se la si vuole di analizzare e commentare. A Bertagna, e a me, ciò pare la fiera dell'ovvio. Eppure, sempre più capita di incontrare studenti e genitori che si trovano a loro agio solo con quei docenti che "fanno quello che c'è sul libro", meglio ancora se parola per parola, fosse pure un libro di tecnologia industriale. Perchè il messaggio che passa, alla fine, non è quello di "conoscenze e competenze", ma di buttar giù più o meno a memoria, senza fare troppa fatica, quello che serve per l'interrogazione o il compito di domani, che potrai dimenticare dopodomani e avanti così fino all'agognato pezzo di carta (con valore legale). La riflessione critica è faticosa per lo studente e per il docente: se l'utenza vuole questo, il docente che si adegua ha vita beata.

 
26/07/2010 - un articolo bellissimo (ilaria berra)

Credo che questo testo vada al cuore di quello che è la professione di insegnante. In fondo la grande fatica di questo lavoro (una fatica che non è solo mentale ma è proprio una vera fatica fisica anche se pochi ci credono) sta tutta lì, nel rielaborare e ripensare istante per istante la tua lezione per adattarla alla situazione concreta che stai vivendo. Credo che per questo motivo l'insegnamento sia una professione di grande creatività. Quello che mi piacerebbe è che questa fatica venisse riconosciuta da chi organizza il nostro lavoro: troppo spesso gli insegnanti sono pensati come meri ripetitori e si crede che il nostrolavoro possa essere svolto con facilità in qualunque condizione o orario, davati a folle di studenti che intravediamo per poche manciate di minuti la settimana.

 
26/07/2010 - Il libro di testo .. delega di responsabilità (enrico maranzana)

Come si può conciliare la situazione descritta con la figura evangelica del Maestro che, superata la rigidità della Legge, prende per mano l'uomo per far evolvere le sue esperienze? Come si può proporre uno scenario che risale al 1910 per inquadrare i problemi formativi/educativi/d'istruzione della società contemporanea? Come si può dimenticare che le responsabilità della scuola riguardano la promozione e il potenziamento delle capacità dei giovani? Come si può dimenticare che l'unitarietà del servizio implica progettazione, coordinamento e controllo? La questione è mal posta e nasce dall'idea che la scuola secondaria debba uniformarsi al modello accademico, idea intorno alla quale molto è stato detto su queste pagine discutendo di conoscenze e di competenze.