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SCUOLA/ Bertagna: i docenti di oggi sono soltanto ripetitori o anche maestri?

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Enrico Fermi alla lavagna  Enrico Fermi alla lavagna

 

Ma perché il rapporto tra libri di testo o tra testi comunque scritti prima di far lezione e la lezione viva che si deve tenere ad un gruppo di ragazzi è proprio quello che Florenskij coglie e descrive in maniera così persuasiva? La risposta è perfino intuitiva.

L’autore del libro di testo o di qualsiasi altro testo scrive avendo principalmente presente la «materia» che è chiamato ad esporre. La modella perciò secondo logica, riservando l’attenzione che meritano ai vari nessi tra le parti e alla progressione concettuale ed argomentativa che li deve stringere. Ha presente senza dubbio anche i destinatari, ma sono destinatari, per così dire, «di media», astratti, formali, immaginati: cioè realmente inesistenti. 

 

Il docente chiamato a far lezione in classe, invece, deve fare i conti non soltanto con la «materia», ma anche e soprattutto con ogni persona che ha dinanzi e con gli ambienti specifici in cui è costretto a parlare. C’è caldo, un ragazzo si alza per aprire la finestra, inciampa nella cartella del compagno, questo reagisce… il docente non può più sviluppare la sua argomentazione, ma deve intervenire a riportare la calma e poi continuare. Nel frattempo, però, è passata un’ambulanza. Tutti gli sguardi sono andati fuori dalla finestra. Il docente perde il contatto visivo con i suoi ragazzi. La concentrazione salta. Bisogna ricominciare. L’ordine e la connessione delle idee, in questo modo, non riesce mai a corrispondere in modo armonico all’ordine e alla connessione delle cose e delle persone reali. Il logico non è l’esistenziale.

 

Bisogna allora trovare, se si è bravi docenti, la «competenza professionale» di ricucire momento dopo momento, in situazione, le idee e la realtà delle persone e delle cose. Non c’è programmazione a priori che tenga dinanzi a queste prove. Curricolo, Pof o unità didattica che funzioni e sia utile. Il docente, «a lezione», resta sempre nella condizione dell’equilibrista sul filo a tre metri da terra. Se non riesce a combinare sempre, attimo dopo attimo, in modo nuovo, la logica di ciò che deve insegnare con le relazioni umane che deve mantenere con tutti i suoi studenti, con la motivazione che deve ravvivare in ciascuno, con la gestione efficace dello spazio e degli imprevisti che si presentano la sua «lezione» diventa vento. Non parla più a nessuno. O ciascuno capisce ciò che vuole. Al suo insegnamento non corrisponde l’apprendimento che vorrebbe suscitare.

 

Perfino l’etimologia, del resto, soccorre questa diagnosi. Lezione, lectio, viene da lectus, participio passato del latino lègere. Vuol dire che bisogna aver letto prima di fare lezione. Se si legge a lezione, infatti, si è sopraffatti dai ragazzi, dai luoghi e dalle circostanze: si cade dal filo. La lezione è un delicatissimo organismo vivente, la cui preziosità è direttamente proporzionale alla sua fragilità.

 

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COMMENTI
27/07/2010 - epilogo da incorniciare (Anna Di Gennaro)

Mi permetto di segnalarlo a quanti ancora ne fossero ignari: "...Ecco perché la competenza professionale del far lezione, se si fa una 'buona lezione', è l’acme della professionalità docente. E costringe ad una spesa di energie che soltanto chi non ne è capace o non ha mai provato ritiene modesta". Quanti "maestri" hanno trascorso ore alla lavagna a spiegare geometria più o meno sorridenti come il Nostro Enrico Fermi, azzeccatissima immagine a corredo del significativo articolo? Un'esperienza da tramandare seppur con le modalità tecnologiche più moderne!

 
26/07/2010 - chi ha bisogno dei libri di testo? (Salvo Piccinini)

Condivido pienamente. Anzi, rincaro: ogni anno, da marzo in poi, sembra che l'unico problema di molti docenti sia orientarsi nella scelta della migliore novità editoriale da proporre ai propri studenti. Ma se il docente adotta il libro di testo, di fatto, il suo lavoro non consisterà nella spiegazione di esso nel migliore dei modi? E ai ragazzi che compito rimarrà? Ripeterlo a loro volta all'insegnante? Dunque il modello è: l'autore crea il libro - l'insegnante lo traduce in esperienza didattica - in modo tale che gli alunni lo possano ripetere al docente. Sa di circolo vizioso. Di principio d'autorità nella sua accezione meno nobile. Ma ai docenti italiani difetta la professionalità per creare i contenuti didattici utili al proprio ciclo di lezione? Oggi, poi, creare un testo e distribuirlo, grazie alle nuove tecnologie, è operazione alla portata di tutti. Sarebbe un bel modo di presentarsi ai propri alunni, non come ripetitori del tale corso, ma come autori. Diventerebbe anche più semplice chiedere ai ragazzi di fare altrettanto, essere creativi a loro volta. E non sarebbe stimolante frequentare scuole che siano laboratori creativi di contenuti didattici? Abbasso i libri di testo. Viva i libri.

 
26/07/2010 - docenza e organizzazione (SILVIO GORI)

Il cardine della scuola è il rapporto fra la classe e il docente. Il resto è un'organizzazione che dovrebbe favorire il lavoro di insegnare/apprendere. I programmi ministeriali sono, secondo legge, una indicazione che il docente deve adattare alla classe e alla situazione didattica, scegliendo un percorso didattico adeguato. Però alla fine c'è un esame finale, che può gestire la valutazione in vari modi. Se tutto funziona bene, tutti gli allievi vengono promossi, più o meno bene. Però, a sedici anni, in uno dei test di ingresso, la metà della classe ritiene che "attento" sia sinonimo di "negligente". Sono cose che capitano, si risolvono facilmente quando si conoscono, ma ce ne sono molte altre. E questo crea problemi. LA CONTINUITA' didattica: un terzo dei docenti ogni anno viene trasferito (o è precario); con quali conseguenze sulla qualità del risultato? (e sulla qualità del corpo docente?) E poi i libri: sono troppo simili, non sempre la qualità è adeguata, gli studenti vorrebbero sapere quali pagine leggere/riassumere in pochi stereotipi per una buona interrogazione (il minimo possibile, e con lo sconto), come dice Palazzi. Perchè pensare è difficile; imparare a pensare anche di più, soprattutto se non si è imparato pian piano dalle elementari. Per non parlare del resto, su un impianto nato all'inizio del '900 e rappezzato quà e là diverse volte.

 
26/07/2010 - Ma "l'utenza" vuole questa lectio o l'altra? (Sergio Palazzi)

Quanto dice Bertagna non fa una piega per discipline in cui la parola è essenziale (letterarie, filosofiche), e vale ancora di più per discipline che richiedono altre forme di spiegazione/attenzione, che maggiormente portano a svincolarsi dalla lettura della pagina. Quando un genitore mi chiede perchè io non segua il libro di testo, se l'ho fatto adottare, ho risposto che nemmeno quando mi capita di fare lezione sugli argomenti su cui io ho scritto dei libri, e chiamato a far lezione proprio su quelli, ho mai seguito alla lettera i "miei" testi. Chi fa lezione con le dia, sa che la prima cosa da evitare è leggere le dia. E che la lettura testuale di una pagina serve solo se la si vuole di analizzare e commentare. A Bertagna, e a me, ciò pare la fiera dell'ovvio. Eppure, sempre più capita di incontrare studenti e genitori che si trovano a loro agio solo con quei docenti che "fanno quello che c'è sul libro", meglio ancora se parola per parola, fosse pure un libro di tecnologia industriale. Perchè il messaggio che passa, alla fine, non è quello di "conoscenze e competenze", ma di buttar giù più o meno a memoria, senza fare troppa fatica, quello che serve per l'interrogazione o il compito di domani, che potrai dimenticare dopodomani e avanti così fino all'agognato pezzo di carta (con valore legale). La riflessione critica è faticosa per lo studente e per il docente: se l'utenza vuole questo, il docente che si adegua ha vita beata.

 
26/07/2010 - un articolo bellissimo (ilaria berra)

Credo che questo testo vada al cuore di quello che è la professione di insegnante. In fondo la grande fatica di questo lavoro (una fatica che non è solo mentale ma è proprio una vera fatica fisica anche se pochi ci credono) sta tutta lì, nel rielaborare e ripensare istante per istante la tua lezione per adattarla alla situazione concreta che stai vivendo. Credo che per questo motivo l'insegnamento sia una professione di grande creatività. Quello che mi piacerebbe è che questa fatica venisse riconosciuta da chi organizza il nostro lavoro: troppo spesso gli insegnanti sono pensati come meri ripetitori e si crede che il nostrolavoro possa essere svolto con facilità in qualunque condizione o orario, davati a folle di studenti che intravediamo per poche manciate di minuti la settimana.

 
26/07/2010 - Il libro di testo .. delega di responsabilità (enrico maranzana)

Come si può conciliare la situazione descritta con la figura evangelica del Maestro che, superata la rigidità della Legge, prende per mano l'uomo per far evolvere le sue esperienze? Come si può proporre uno scenario che risale al 1910 per inquadrare i problemi formativi/educativi/d'istruzione della società contemporanea? Come si può dimenticare che le responsabilità della scuola riguardano la promozione e il potenziamento delle capacità dei giovani? Come si può dimenticare che l'unitarietà del servizio implica progettazione, coordinamento e controllo? La questione è mal posta e nasce dall'idea che la scuola secondaria debba uniformarsi al modello accademico, idea intorno alla quale molto è stato detto su queste pagine discutendo di conoscenze e di competenze.