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SCUOLA/ Per capire la matematica serve più guardare un panorama che far di calcolo

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Se c’è una disciplina per cui queste parole di Florenskij sono particolarmente significative, questa è la matematica, e naturalmente non è un caso. Non serve a nulla, lo sappiamo, guardare qualcuno - un insegnante o un compagno - che fa matematica, anche se la presenta brillantemente e la spiega accuratamente, elegantemente e senza errori, come un libro stampato. Anzi, più il lavoro di rifinitura e levigatura è spinto, più il rischio di nascondere quello che è la vera dinamica della matematica, e in particolare il senso delle soluzioni trovate a un problema, è forte. Più la spiegazione è asettica, perfetta, evidente nella sua indiscutibilità più lo studente crede di comprendere, senza entrare nell’organismo vitale della matematica.

 

Il matematico è un uomo libero, ha affermato con forza Jean Pierre Serre, uno dei più autorevoli matematici viventi: questa libertà deve essere vissuta in ogni lezione di matematica - lezione nel senso di Florenskij - se non vogliamo continuare a trovarci di fronte un panorama desolante di insuccessi formativi. Nelle nostre classi di matematica si vive abitualmente la didattica delle 8 E: Esporre Esempi, Erogare Esercizi, Esigerli Eseguiti, Evidenziare gli Errori. Finito il ciclo, si ricomincia con altri esempi che gli studenti devono più o meno imitare negli esercizi che proporremo.

 

Non è così che le cose funzionano, non è così che si innesca il processo di apprendimento, non è così che si sviluppa l’albero da cui si raccoglieranno frutti di formazione. La lezione di matematica deve essere un momento in cui l’insegnante e l’allievo fanno matematica: dice Florenskij che il gusto per il concreto, inteso come l’oggetto stesso della ricerca scientifica diretta, viene acquisito per contagio. La lezione è il momento del realismo, della realtà concreta della conoscenza vissuta dal maestro, che ne ha già esperienza, e dall’allievo, che ne sta acquisendo il piacere. La lezione è una tappa di un cammino verso una meta precisa, ma lungo il quale ci si può concedere il diritto di perdere un po’ di tempo ragionando su un dettaglio - un fiore, uno squarcio di panorama, un sentiero che non percorreremo - o contemplando un particolare, senza per questo smarrire la strada.

 

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COMMENTI
27/07/2010 - Tra il dire e il fare (enrico maranzana)

Le nuove tecnologie stanno rivoluzionando il nostro modo d'apprendere NON il modo d'insegnare: lo scenario culturale è cambiato, la scuola, che vive nel passato, ne ha banalizzato e ne banalizza la portata (competenze VS conoscenze). Di conseguenza l'immagine della matematica proposta non ha alcuna possibilità di coinvolgere i docenti che, come argomenta W. Maraschini (CFR. algebra onnivora), insegnano per regole privilegiando la ripetitività alla ricerca. La situazione evoca quanto scritto sulla porta di un museo di tecnologia americano: la saggezza è stata offuscata dalla conoscenza; la conoscenza è stata offuscata dall'informazione; l'informazione è stata offuscata dai dati. Massima che afferma: la corrente elettrica erogata da una centrale non può scorrere in fili destinati a impianti domestici. Per far risaltare la natura del sapere umano (vento e non sostanza immutabile) si potrebbe iniziare rivisitando il significato di due parole: "Problema", "Errore". I PROBLEMI nascono quando un uomo non sa come raggiungere una meta e ha già fallito un primo tentativo: nella scuola lo studente modello non ha problemi, risolve prontamente le questioni poste. ERRORE deriva da errare, andare di qua e di là, ricercare: l'errore è una fonte preziosa di informazioni, indispensabili per correggere il cammino intrapreso: nella scuola chi commette errori è bocciato.