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SCUOLA/ Non è un "attimo fuggente" a risvegliare nei ragazzi l’interesse per il vero

Pubblicazione:

Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)  Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)

 

Nel contempo, forse proprio in virtù della sua forma mentis di osservatore curioso e di maestro e, più ancora, di credente che non trova soluzione di continuità tra fede e scienza, Florenskij rivela la grande distanza che lo separa dal razionalismo linguistico alla francese o dal positivismo della filologia tedesca, come pure dalla nascente e fortunata teoria linguistica generale di Saussure, che guardava alla lingua come a un “sistema” puro di segni impersonali, a un codice chiuso contenente già tutti i potenziali significati delle umane proposizioni.

 

La posizione assunta da Florenskij è insieme antica - classica e medievale - e avanzata: è l’idea di testo come luogo dei significati possibili che l’autore vi attua in una relazione attiva e interpretativa nei confronti della realtà. È l’idea di “azione linguistica”, che, mossa da un’intenzione amica ovvero curiosa oppure problematica e interrogativa nei riguardi dell’altro da sé, si fa logos, discorso ragionevole che mira a rendersi conto e a render conto della scoperta di ciò che esiste. Se la realtà è creata, il testo è l’atto - linguistico - che coopera alla creazione, è invenzione che rivela il senso delle cose, è infine partecipazione alla comunità degli uomini della novità intravista.

 

Un testo è però irriducibile a “documento”, è piuttosto un crogiuolo di nodi, di rimandi, d’inferenze, d’imprevisti. È anche l’esito documentale di un processo logico e affettivo e, insieme, il processo stesso, in cui intervengono accadimenti esterni alla mente dell’autore tali che interpellano la sua libertà o, se si vuole, la sua capacità ermeneutica. Non per caso il rapporto tra “il libro di testo e la lezione” viene esemplificato nell’analoga proporzione istituita tra “il meccanismo e l’organismo”: esatto come un orologio o un computer, il primo dei due termini risponde a un generale piano prestabilito dal pensiero; la lezione, invece, libera da formule razionali conchiuse, “come l’essere vivente, sviluppa i propri organi, rispondendo ogni volta alle esigenze che si manifestano in corso d’opera”.

 

L’insistito ricorso di Florenskij a immagini rappresentabili per restituire al lettore l’idea quanto mai libera di lezione - una conversazione, una passeggiata, una gita, priva però dell’ossessione della meta programmata - rivela più cose: (1) una genuina e inesausta voglia d’indagare, d’ispezionare il mondo col suo mistero incessante, senza altri divieti se non la negazione dell’evidenza ontologica e la manipolazione della persona; (2) il suo, di Florenskij, essere veramente oltre, ben al di là degli steccati epistemologici che separerebbero le “due culture”: uno solo, infinito e prossimo, è il mistero della natura, talché l’occhio del matematico e l’occhio del poeta si fondono nel medesimo sguardo; (3) una vivacità (enérgeia) del conoscere non soltanto interna all’uomo, ma condivisa con quanti concorrono con noi a cercare la verità o, meglio, a sorprenderla nei dettagli che di continuo cadono sotto i nostri sensi, “come il vento che non posa mai”.

 

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COMMENTI
28/07/2010 - Grazie Florenskij! (RAFFAELA PAGGI)

Ringrazio per la pubblicazione del testo di Pavel Florenskij, perché l'idea di lezione che ne emerge sbaraglia la sterile polemica che oggi campeggia nel mondo della scuola, di cui come preside faccio parte. Si parla molto infatti di conoscenze e competenze, mettendole in opposizione e schierandosi ora per una scuola dei contenuti, ora per una scuola del metodo. Siamo tutti tesi a valutare la risposta degli studenti alla proposta didattica: apprendono nozioni? sviluppano abilità? diventano competenti? Ma Florenskij sposta l'attenzione da tutt'altra parte: siamo noi docenti in grado di "portare la psiche dell’ascoltatore a uno stato di fermento"? abbiamo cioè una proposta, una capacità di coinvolgere nella ricerca persone a noi "spiritualmente prossime"? siamo noi stessi in ricerca, abbiamo il "gusto del concreto" e proviamo gioia nel cammino della conoscenza? Il testo e le riletture proposte mi interrogano profondamente e vorrei che la scuola nella sua interezza ripartisse da qui.

 
28/07/2010 - La lezione di Florenskij? Una rivoluzione! (Gianni MEREGHETTI)

Chi ha finora commentato il testo di Florenskij ha una levatura culturale che io non riesco nemmeno a sfiorare, io sono un indegno insegnante di scuola superiore e guardo la sfida di Florenskij dalla semplicità del mio tentativo quotidiano. E' in forza di questo che la lezione di Florenskij mi ha colpito, commosso. Quella di Florenskij è una rivoluzione che non può essere assorbita dentro gli schemi oggi dominanti. E' una rivoluzione che mi interessa, perchè ribalta totalmente sia la lezione tradizionale sia i goffi tentativi di lezione innovativa. E rivoluzionario è il punto di partenza, è che una lezione è tale solo se ha origine da un'appartenenza. Questa è la sfida di Florenskij, lui vive un'appartenenza, questo gli fa vivere la lezione come un cammino alla scoperta dell'umano. Questo è anche per me il sale della lezione, è che il legame con gli studenti non è alla fine del cammino, ma è già all'inizio, un'appartenenza riconosciuta che genera uno sguardo positivo su ciascuno di loro, che fa della lezione un'occasione in cui puntare concretamente sulla loro libertà. Oggi ogni insegnante è ad un bivio, o riformulare quello che sa per stare a galla in una situazione obiettivamente difficile o decidere di cambiare pelle, ossia entrare in classe certo che quelli che ha davanti gli appartengono e lui appartiene a loro per il mistero che li segna. Io ho scelto questa seconda posizione, e ciò che mi rende certo di tale scelta è vedere che l'appartenenza generi la conoscenza.

 
28/07/2010 - progettare l'insegnamento nel 2010 (enrico maranzana)

Le condizioni per realizzare situazioni in cui "Il maestro condivide con gli alunni un itinerario di studium, di amore attento e paziente alle cose, e lascia crescere e maturare in essi, non tanto le tecniche e le astuzie dialettiche e calcolatorie, quanto l’acume dello sguardo e le categorie del giudizio" sono: 1) l'itinerario di studio vada delineandosi cammin facendo, cogliendo occasioni problematiche, definendole con la specificazione dei risultati attesi, con la ricerca delle possibili soluzioni e con la validazione ottenuta attraverso la comparazione con le elaborazioni dottrinali; 2) La ridefinizione della natura della conoscenza disciplinare che si sostanzia di problemi e di metodi la cui percezione/applicazione conduce all'acquisizione del sapere; sapere che, decontestualizzato, è "cosa morta"; 3) la progettazione dell'attività di classe nel rispetto dell'assioma "il metodo non si può insegnare .. si apprende applicandolo" 4) non ci si dimentichi la dinamica e la complessità della società con cui i giovani interagiscono: le responsabilità relative ai processi d'apprendimento appartengono all'intera scuola. Calzante l'assunto: "La sintesi non è mai il prodotto dell’analisi, anzi, è questa subordinata a quella, giacché l’apprendimento, per quanto sia graduale, è sempre sintetico, in virtù della natura segnica della realtà sia fisica sia immateriale".