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SCUOLA/ Non è un "attimo fuggente" a risvegliare nei ragazzi l’interesse per il vero

Pubblicazione:

Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)  Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)

 

Siamo agli antipodi del paradigma kantiano di scienza denunciato dal filosofo francese Fabrice Hadjadj ne La terra strada del cielo: “La scienza si riduce a una fantasia, e la sua validità si misura in base alla coerenza interna del suo discorso o alla sua efficacia tecnica. Non c’è più alcuna verità, poiché è impossibile riferirsi a una realtà esterna, ma una moltitudine di prospettive, di soliloqui carcerari, dove le parole non svelano e, anzi, avvolgono le cose come un sudario nei carri funebri che sono i nostri crani”. Una scienza siffatta non può essere attraente per un giovane che desidera sapere come stanno le cose davvero.

 

Per parte mia, come insegnante e preside ormai di lungo corso, non posso se non identificarmi con la visione “larga” che Florenskij dà della lezione, che definirei “percorso della ragione condivisa”, attribuendo a “ragionare” l’originale accezione di conversare, ossia di muoversi congiuntamente per trovare un accordo. Detto altrimenti, non si dà pensiero puro, scisso dalla parola comunicata, scambiata, coi miei simili, per cercare di trovare il senso delle cose che consistono a prescindere dalla mia volontà: verum e verbum sono parenti stretti. La lezione intesa come un testo vivente, anzi, ciò che in sostanza “fa testo”, in quanto illumina di senso anche l’asettico (mi si passi il bisticcio) libro di testo. Con due precisazioni.

 

La prima: in una buona lezione, il cui primo scopo resta il far capire agli uditori di che si tratta, non v’è nulla di casuale né di casual, nemmeno quando l’insegnante si sofferma e si dilunga o retrocede o apre digressioni (e lo farà col dovuto tatto), portato com’è a trasfondere quell’energia conoscitiva che lo appassiona. C’è, insomma, nel docente o, meglio, nel maestro la sollecitudine ad affinare negli allievi quella che chiamerei “intelligenza dello sguardo”, che è straordinario motore d’intelligenza tout court - e tale moto perpetuo, per quanto atteso e sollecitato, è ogni volta per me che insegno un esito sorprendente ed eccedente le mie aspettative. In questa luce, la lezione è un testo più ricco di un manuale scolastico - di necessità depurato di qualunque elemento svii dal rigoroso procedere argomentativo -, perché realizza, per il tramite del corpo e della voce, quella saldatura di intelletto e affetto che raggiunge il cuore, cioè la persona intera. In educazione, va rovesciato il senso convenzionale conferito al celebre adagio verba volant, scripta manent.

 

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COMMENTI
28/07/2010 - Grazie Florenskij! (RAFFAELA PAGGI)

Ringrazio per la pubblicazione del testo di Pavel Florenskij, perché l'idea di lezione che ne emerge sbaraglia la sterile polemica che oggi campeggia nel mondo della scuola, di cui come preside faccio parte. Si parla molto infatti di conoscenze e competenze, mettendole in opposizione e schierandosi ora per una scuola dei contenuti, ora per una scuola del metodo. Siamo tutti tesi a valutare la risposta degli studenti alla proposta didattica: apprendono nozioni? sviluppano abilità? diventano competenti? Ma Florenskij sposta l'attenzione da tutt'altra parte: siamo noi docenti in grado di "portare la psiche dell’ascoltatore a uno stato di fermento"? abbiamo cioè una proposta, una capacità di coinvolgere nella ricerca persone a noi "spiritualmente prossime"? siamo noi stessi in ricerca, abbiamo il "gusto del concreto" e proviamo gioia nel cammino della conoscenza? Il testo e le riletture proposte mi interrogano profondamente e vorrei che la scuola nella sua interezza ripartisse da qui.

 
28/07/2010 - La lezione di Florenskij? Una rivoluzione! (Gianni MEREGHETTI)

Chi ha finora commentato il testo di Florenskij ha una levatura culturale che io non riesco nemmeno a sfiorare, io sono un indegno insegnante di scuola superiore e guardo la sfida di Florenskij dalla semplicità del mio tentativo quotidiano. E' in forza di questo che la lezione di Florenskij mi ha colpito, commosso. Quella di Florenskij è una rivoluzione che non può essere assorbita dentro gli schemi oggi dominanti. E' una rivoluzione che mi interessa, perchè ribalta totalmente sia la lezione tradizionale sia i goffi tentativi di lezione innovativa. E rivoluzionario è il punto di partenza, è che una lezione è tale solo se ha origine da un'appartenenza. Questa è la sfida di Florenskij, lui vive un'appartenenza, questo gli fa vivere la lezione come un cammino alla scoperta dell'umano. Questo è anche per me il sale della lezione, è che il legame con gli studenti non è alla fine del cammino, ma è già all'inizio, un'appartenenza riconosciuta che genera uno sguardo positivo su ciascuno di loro, che fa della lezione un'occasione in cui puntare concretamente sulla loro libertà. Oggi ogni insegnante è ad un bivio, o riformulare quello che sa per stare a galla in una situazione obiettivamente difficile o decidere di cambiare pelle, ossia entrare in classe certo che quelli che ha davanti gli appartengono e lui appartiene a loro per il mistero che li segna. Io ho scelto questa seconda posizione, e ciò che mi rende certo di tale scelta è vedere che l'appartenenza generi la conoscenza.

 
28/07/2010 - progettare l'insegnamento nel 2010 (enrico maranzana)

Le condizioni per realizzare situazioni in cui "Il maestro condivide con gli alunni un itinerario di studium, di amore attento e paziente alle cose, e lascia crescere e maturare in essi, non tanto le tecniche e le astuzie dialettiche e calcolatorie, quanto l’acume dello sguardo e le categorie del giudizio" sono: 1) l'itinerario di studio vada delineandosi cammin facendo, cogliendo occasioni problematiche, definendole con la specificazione dei risultati attesi, con la ricerca delle possibili soluzioni e con la validazione ottenuta attraverso la comparazione con le elaborazioni dottrinali; 2) La ridefinizione della natura della conoscenza disciplinare che si sostanzia di problemi e di metodi la cui percezione/applicazione conduce all'acquisizione del sapere; sapere che, decontestualizzato, è "cosa morta"; 3) la progettazione dell'attività di classe nel rispetto dell'assioma "il metodo non si può insegnare .. si apprende applicandolo" 4) non ci si dimentichi la dinamica e la complessità della società con cui i giovani interagiscono: le responsabilità relative ai processi d'apprendimento appartengono all'intera scuola. Calzante l'assunto: "La sintesi non è mai il prodotto dell’analisi, anzi, è questa subordinata a quella, giacché l’apprendimento, per quanto sia graduale, è sempre sintetico, in virtù della natura segnica della realtà sia fisica sia immateriale".