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SCUOLA/ Non è un "attimo fuggente" a risvegliare nei ragazzi l’interesse per il vero

Pubblicazione:

Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)  Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)

 

Seconda precisazione. Niente di più vero di quanto Florenskij dice dell’effetto prodotto da una lezione o da un ciclo di lezioni, ossia il formarsi di un’autentica mentalità scientifica ovvero, come più correttamente scrive l’autore, “iniziare gli ascoltatori al processo del lavoro scientifico, introdurli alla creazione scientifica”. E tale risultato si ottiene immancabile, quando il maestro, una volta riuscito a far cogliere la corrispondenza tra la cosa e l’io dell’allievo - ciò che si chiama interesse -, può con la levità e la libertà contemplativa del viandante per boschi in cerca di funghi indugiare sui particolari e sui contorni dell’oggetto trattato, sia esso materiale (un minerale) o invisibile (un problema di diritto pubblico), a conferma dell’efficacia di quanto la saggezza pedagogica fin dal Medioevo ha tramandato: non multa (studere) sed multum, non tante cose, ma a lungo e intensamente.

 

Mi accorgo bene di aver dato una rappresentazione della lezione unilaterale o unidirezionale, a parte docentis. Mi correggo subito: la classe non è un aggregato ovino sprovveduto e bisognoso del pastore che lo conduca; al contrario, essa è una comunità di persone uniche, originali e altrove irreperibili, con un tratto distintivo che le accomuna: il desiderio del vero, che, una volta acceso e immesso nel misterioso dinamismo della scoperta e dell’incontro di ciò che c’è ma di norma non vediamo né udiamo, letteralmente si scatena in una folla impetuosa di domande, riflessioni, valutazioni, di nuovo interrogativi, appelli, che non danno più tregua all’insegnante. Allora, sì, la lezione si tramuta in un laboratorio continuo, in un work in progress, che non si verifica affatto nella finzione cinematografica, dunque irreale, del rabdomante prof. Keating, ma diventa esperienza fattuale, ancorché segreta perché mai assurge alla ribalta mediatica, là dove esistono scuole i cui docenti accettino di sacrificare il proprio orgoglio (frustrato, immancabilmente) per disporsi al servizio della conoscenza e alla cura della ragione dei giovani.

 

Per la via indicata, ove il maestro si sia davvero dedicato a condividere con gli alunni un itinerario di studium, di amore attento e paziente alle cose, e abbia lasciato crescere e maturare in essi, non tanto le tecniche e le astuzie dialettiche e calcolatorie, quanto l’acume dello sguardo e le categorie del giudizio, allora assistiamo a quello che i teorici della linguistica e della semiotica chiamano “effetto di riscontro”: il contributo, reale e non affatto pro forma o fittizio, che il discepolo fornisce all’elaborazione critica e consapevole di un sapere disciplinare che supera il confine scolastico, si fa scienza sul serio e, soprattutto, concorre all’edificio della coscienza, aiuta a vivere con instancabile fiducia ogni istante della vita (Ché è bello vedere come va a finire…).

 

 

 



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COMMENTI
28/07/2010 - Grazie Florenskij! (RAFFAELA PAGGI)

Ringrazio per la pubblicazione del testo di Pavel Florenskij, perché l'idea di lezione che ne emerge sbaraglia la sterile polemica che oggi campeggia nel mondo della scuola, di cui come preside faccio parte. Si parla molto infatti di conoscenze e competenze, mettendole in opposizione e schierandosi ora per una scuola dei contenuti, ora per una scuola del metodo. Siamo tutti tesi a valutare la risposta degli studenti alla proposta didattica: apprendono nozioni? sviluppano abilità? diventano competenti? Ma Florenskij sposta l'attenzione da tutt'altra parte: siamo noi docenti in grado di "portare la psiche dell’ascoltatore a uno stato di fermento"? abbiamo cioè una proposta, una capacità di coinvolgere nella ricerca persone a noi "spiritualmente prossime"? siamo noi stessi in ricerca, abbiamo il "gusto del concreto" e proviamo gioia nel cammino della conoscenza? Il testo e le riletture proposte mi interrogano profondamente e vorrei che la scuola nella sua interezza ripartisse da qui.

 
28/07/2010 - La lezione di Florenskij? Una rivoluzione! (Gianni MEREGHETTI)

Chi ha finora commentato il testo di Florenskij ha una levatura culturale che io non riesco nemmeno a sfiorare, io sono un indegno insegnante di scuola superiore e guardo la sfida di Florenskij dalla semplicità del mio tentativo quotidiano. E' in forza di questo che la lezione di Florenskij mi ha colpito, commosso. Quella di Florenskij è una rivoluzione che non può essere assorbita dentro gli schemi oggi dominanti. E' una rivoluzione che mi interessa, perchè ribalta totalmente sia la lezione tradizionale sia i goffi tentativi di lezione innovativa. E rivoluzionario è il punto di partenza, è che una lezione è tale solo se ha origine da un'appartenenza. Questa è la sfida di Florenskij, lui vive un'appartenenza, questo gli fa vivere la lezione come un cammino alla scoperta dell'umano. Questo è anche per me il sale della lezione, è che il legame con gli studenti non è alla fine del cammino, ma è già all'inizio, un'appartenenza riconosciuta che genera uno sguardo positivo su ciascuno di loro, che fa della lezione un'occasione in cui puntare concretamente sulla loro libertà. Oggi ogni insegnante è ad un bivio, o riformulare quello che sa per stare a galla in una situazione obiettivamente difficile o decidere di cambiare pelle, ossia entrare in classe certo che quelli che ha davanti gli appartengono e lui appartiene a loro per il mistero che li segna. Io ho scelto questa seconda posizione, e ciò che mi rende certo di tale scelta è vedere che l'appartenenza generi la conoscenza.

 
28/07/2010 - progettare l'insegnamento nel 2010 (enrico maranzana)

Le condizioni per realizzare situazioni in cui "Il maestro condivide con gli alunni un itinerario di studium, di amore attento e paziente alle cose, e lascia crescere e maturare in essi, non tanto le tecniche e le astuzie dialettiche e calcolatorie, quanto l’acume dello sguardo e le categorie del giudizio" sono: 1) l'itinerario di studio vada delineandosi cammin facendo, cogliendo occasioni problematiche, definendole con la specificazione dei risultati attesi, con la ricerca delle possibili soluzioni e con la validazione ottenuta attraverso la comparazione con le elaborazioni dottrinali; 2) La ridefinizione della natura della conoscenza disciplinare che si sostanzia di problemi e di metodi la cui percezione/applicazione conduce all'acquisizione del sapere; sapere che, decontestualizzato, è "cosa morta"; 3) la progettazione dell'attività di classe nel rispetto dell'assioma "il metodo non si può insegnare .. si apprende applicandolo" 4) non ci si dimentichi la dinamica e la complessità della società con cui i giovani interagiscono: le responsabilità relative ai processi d'apprendimento appartengono all'intera scuola. Calzante l'assunto: "La sintesi non è mai il prodotto dell’analisi, anzi, è questa subordinata a quella, giacché l’apprendimento, per quanto sia graduale, è sempre sintetico, in virtù della natura segnica della realtà sia fisica sia immateriale".