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SCUOLA/ Il paradosso del "piccolo chimico": laurea a 30 anni e un futuro fuori mercato

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Se il metodologismo o pedagogismo è una delle malattie della nostra scuola, l’altra - ancor più pervasiva e pericolosa - è il disciplinarismo. Ambedue esprimono posizioni astratte. La questione “scuola” va collocata sul piano molto concreto dell’esperienza e non della contrapposizione delle categorie. Ogni insegnante sa che appena uscito dall’Università ha dovuto imparare ad insegnare. Ed insegnando ha parimenti imparato - se è una persona dotata di un minimo di sale in zucca - che l’ordine delle cose che aveva in testa non coincideva con l’ordine o la sequenza di apprendimento dei ragazzi; o, almeno, che occorreva fare i conti con chi si aveva davanti.

 

Sapere bene le cose (nel loro ordine e struttura epistemica) non equivale a saperle trasmettere. Il primo non contiene l’altro. Il secondo presuppone il primo, certo, ma è molto di più. E non in termini di astratte categorie pedagogiche, ma, appunto, di pratica dell’insegnamento. Aggiungiamo poi un altro dato di realtà: sempre più, oggi, viene meno un contesto che permette/aiuta i ragazzi a riflettere e maturare quanto appreso a scuola. Lo iato tra la loro esperienza quotidiana e le modalità di trasmissione dei contenuti della scuola è fortissimo. Nella realtà tutto è in movimento ed i confini saltano. Ciò che occorre è una capacità di lettura e di trasferimento trasversale delle conoscenze, di applicazione a contesti diversi; la velocità e moltiplicazione esponenziale dei saperi impongono soprattutto una capacità di selezione e di ricerca mirata ed intelligente. “Imparare ad imparare”, ma non in modo astratto, bensì contestualizzato, operativo: possedere e saper cogliere l’applicabilità e la funzionalità delle categorie, delle strutture logiche e dei linguaggi formalizzati in situazioni diverse; e reciprocamente: riconoscere la stessa forma e struttura in contesti diversi.

 

A fronte di tutto ciò, qual è lo spettacolo più diffuso nel nostro sistema? Siamo realisti. Nella grande maggioranza dei casi - sicuramente nella scuola secondaria (ma con forte rischio anche nella primaria) -, lo “sport” preferito rimane ancora quello dell’addestramento disciplinare: fare del ragazzo, contemporaneamente, il piccolo matematico, il piccolo letterato, il piccolo scienziato, ecc. L’insegnamento pare il ballo della mattonella. Fuori dal perimetro della propria materia non si esce, se non con enormi difficoltà. Il lavoro collegiale è pratica marginale, da corridoi; chiedere un’ora a un collega è ancor peggio di chiedergli un rene. Come se le ore fossero proprietà privata. Come se l’ora di insegnamento coincidesse con l’ora della propria materia e non fosse strumento comune. Gli obiettivi di insegnamento definiti non nell’orizzonte comune del Profilo in esito del ragazzo, ma sempre all’interno della propria disciplina. Con la pretesa, ovviamente, che poi il ragazzo faccia i dovuti collegamenti e si muova trasversalmente…; gli insegnanti no, ma lui sì.

 

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COMMENTI
29/07/2010 - I professori (Anna Di Gennaro)

Il libro in oggetto, edito da Andrea Oppure nel 2007, scritto dall'amico Aldo Ettore Quagliozzi e da me recensito per semplice gratitudine, contiene spunti che avvalorano e puntualizzano quanto espone l'Autore dell'interessante e condivisibile articolo. Ne cito un paio soltanto, a conferma di quanto sopra: "Molti insegnanti, però, commettono lo sbaglio di credere che i modi di vedere e le regole a cui essi stessi sono abituati, siano principi universali che tutti dovrebbero accettare". Più che un'autobiografia è un percorso a ritroso nel tempo, che riporta altresì memorie di altri insegnanti, dagli inizi del '900 alle soglie del nuovo millennio. "Gli insegnanti conoscono il mondo? In quale forma in quale misura e con quali strumenti esso deve entrare nella scuola? Che cosa si deve porre al centro del fare scuola? Quale compito gli insegnanti possono vedersi affidato?". L'ho letto e apprezzato per l'arguzia e la fine capacità di tessitura, decisamente rara nonchè per la capacità di autocritica e autoanalisi dei punti deboli della professione. A tratti vi si nota quel "delirio narcisistico" di cui parla il neuopsichiatra Giovanni Bollea nella sua mirabile prefazione a Scuola di follia. Non mi resta che aggiungere una postilla: anche nella scuola elementare molti docenti si curavano unicamente del proprio orticello, precludendo ai bambini la visione a 360° della realtà...un vero peccato!

 
29/07/2010 - Il fondamento della funzione docente (enrico maranzana)

"Sapere bene le cose (nel loro ordine e struttura epistemica) non equivale a saperle trasmettere" è un'affermazione che vale la pena di approfondire. Cassiamo innanzitutto il termine trasmettere che non corrisponde alla finalità della scuola, come l'articolo ricorda, per concentrarci sul "sapere bene le cose". In tal modo si introduce il problema: quale bagaglio culturale caratterizza la professionalità del docente? La formazione degli insegnanti evolve in campo disciplinare; di questa devono possedere una chiara, limpida, precisa, sintetica, articolata, dinamica e vitale immagine. Le discipline non corrispondono a quanto è messo a sistema nei libri, non sono rappresentate dagli argomenti che l'uomo ha conquistato nel tempo: le discipline sono flussi di pensiero che muovono dalla percezione di problemi, dalla loro definizione attraverso la precisazione dei risultati attesi, dalla loro aggressione e risoluzione conquistata con razionali e rigorose metodologie che conducono all'ottenimento di risultati che, comparati con gli obiettivi, producono informazioni di ritorno. Questo fermento metodologico è presente nei nuovi regolamenti che vincolano gli insegnamenti a "praticare i metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari", vincolo che gli stessi estensori del documento di riforma hanno immediatamente e irresponsabilmente eluso: il "conosce", "comprende", "utilizza" caratterizzano i risultati dell'apprendimento.