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SCUOLA/ Il paradosso del "piccolo chimico": laurea a 30 anni e un futuro fuori mercato

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Certamente a questo panorama ne va aggiunto un altro, quello del metodologismo astratto. Presente in diversi contesti; ma che non mi pare così diffuso come il primo. Esistono poi situazioni di ibridazione. Di tutti questi casi, comunque, non saprei quale sia il più devastante.

 

Tutto ciò, velocemente e brutalmente premesso, veniamo al nodo “università”. La preparazione accademica, riferita ai contenuti disciplinari, costituisce un requisito, assolutamente non “il” requisito dell’insegnamento. La finalità e l’ordine dell’apprendimento non sono infatti quelli della ricerca e dell’organizzazione scientifica dei saperi. Si tratta di due piani assolutamente diversi. Occorre spezzare il cerchio che struttura la mente degli insegnanti secondo la forma accademica e disciplinare e che quindi, a cascata, porta gli stessi e la scuola in genere a preparare gli studenti all’accesso all’università e via da capo. Circuito chiuso. Con effetti oggi sempre più negativi per il futuro dei giovani.

 

Con la Legge 53 è stato introdotto un criterio nuovo, che però rischia di rimanere lettera morta: finalità della scuola è quella di sviluppare un Profilo complessivo, ad un tempo educativo, culturale e - nota bene - professionale. Anche il Liceo dovrebbe tenere presente questa dimensione. Anche il Liceo dovrebbe professionalizzare, non esclusivamente al mestiere dello studente universitario, bensì tenendo in considerazione la finalizzazione delle competenze in esito alle dimensioni della vita sociale e lavorativa. Più semplicemente: della realtà del mondo in cui i ragazzi vivono e devono inserirsi. Nella prospettiva delle competenze chiave europee, richiamata (speriamo non solo in senso retorico) anche nei testi degli ultimi Regolamenti dell’Istruzione ed in quello dell’Obbligo. Ma gli insegnanti, usciti dall’università, quale esperienza hanno della realtà dell’insegnamento e del “mondo”? Esperienza; non altra teoria pedagogica o metodologica. Più vado avanti e più rimango convinto del fatto che l’alternanza scuola-lavoro dovrebbe innanzitutto essere prevista per i docenti. Il che vale, naturalmente e a maggior ragione, per l’insegnamento.

 

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COMMENTI
29/07/2010 - I professori (Anna Di Gennaro)

Il libro in oggetto, edito da Andrea Oppure nel 2007, scritto dall'amico Aldo Ettore Quagliozzi e da me recensito per semplice gratitudine, contiene spunti che avvalorano e puntualizzano quanto espone l'Autore dell'interessante e condivisibile articolo. Ne cito un paio soltanto, a conferma di quanto sopra: "Molti insegnanti, però, commettono lo sbaglio di credere che i modi di vedere e le regole a cui essi stessi sono abituati, siano principi universali che tutti dovrebbero accettare". Più che un'autobiografia è un percorso a ritroso nel tempo, che riporta altresì memorie di altri insegnanti, dagli inizi del '900 alle soglie del nuovo millennio. "Gli insegnanti conoscono il mondo? In quale forma in quale misura e con quali strumenti esso deve entrare nella scuola? Che cosa si deve porre al centro del fare scuola? Quale compito gli insegnanti possono vedersi affidato?". L'ho letto e apprezzato per l'arguzia e la fine capacità di tessitura, decisamente rara nonchè per la capacità di autocritica e autoanalisi dei punti deboli della professione. A tratti vi si nota quel "delirio narcisistico" di cui parla il neuopsichiatra Giovanni Bollea nella sua mirabile prefazione a Scuola di follia. Non mi resta che aggiungere una postilla: anche nella scuola elementare molti docenti si curavano unicamente del proprio orticello, precludendo ai bambini la visione a 360° della realtà...un vero peccato!

 
29/07/2010 - Il fondamento della funzione docente (enrico maranzana)

"Sapere bene le cose (nel loro ordine e struttura epistemica) non equivale a saperle trasmettere" è un'affermazione che vale la pena di approfondire. Cassiamo innanzitutto il termine trasmettere che non corrisponde alla finalità della scuola, come l'articolo ricorda, per concentrarci sul "sapere bene le cose". In tal modo si introduce il problema: quale bagaglio culturale caratterizza la professionalità del docente? La formazione degli insegnanti evolve in campo disciplinare; di questa devono possedere una chiara, limpida, precisa, sintetica, articolata, dinamica e vitale immagine. Le discipline non corrispondono a quanto è messo a sistema nei libri, non sono rappresentate dagli argomenti che l'uomo ha conquistato nel tempo: le discipline sono flussi di pensiero che muovono dalla percezione di problemi, dalla loro definizione attraverso la precisazione dei risultati attesi, dalla loro aggressione e risoluzione conquistata con razionali e rigorose metodologie che conducono all'ottenimento di risultati che, comparati con gli obiettivi, producono informazioni di ritorno. Questo fermento metodologico è presente nei nuovi regolamenti che vincolano gli insegnamenti a "praticare i metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari", vincolo che gli stessi estensori del documento di riforma hanno immediatamente e irresponsabilmente eluso: il "conosce", "comprende", "utilizza" caratterizzano i risultati dell'apprendimento.