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SCUOLA/ Il paradosso del "piccolo chimico": laurea a 30 anni e un futuro fuori mercato

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Un’ultima considerazione, per chiudere. Il monopolio dell’università deve essere messo in discussione anche su altri fronti: pensiamo all’assurda ed impropria tendenza a fagocitare qualsiasi livello di formazione alle professionalità, compresi quelli a carattere più tecnico, impedendo così lo sviluppo - sempre più necessario - di un livello terziario dell’Istruzione e formazione professionale; pensiamo poi all’assorbimento ed al mantenimento nell’ambito dello studio fino a tarda età dei giovani, con conseguente dilazione del loro effettivo ingresso nella vita sociale e professionale.

 

Ho letto per la seconda volta sul Corriere della Sera - con riferimento al recente rapporto della Fondazione Agnelli - della tendenza delle aziende a non guardare tanto al titolo, quanto al possesso della lingua straniera ed alle esperienze già capitalizzate. Meglio più giovani e magari senza laurea, ma con questi requisiti. A 30 anni si rischia già fortemente di essere fuori mercato. E la disoccupazione giovanile sta crescendo in modo macroscopico. Ho poi presente i casi concreti di ragazzi che arrivano al quinto anno delle secondarie già stufi e soprattutto di quelli che non ne possono più di continuare studiare all’università, che finiscono a 27, 28 anni e sanno che da lì la strada non è in discesa, ma ancora tutta in salita; che dovranno cominciare tutto daccapo, perché il titolo c’entra poco niente con la professionalità reale che andranno ad esercitare e che sono disposti a qualsiasi lavoro, precario e non congruente col proprio titolo, pur di non rimanere tagliati fuori dai giochi.

Porre questi problemi è metodologismo astratto? Penso di no.

 

 



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COMMENTI
29/07/2010 - I professori (Anna Di Gennaro)

Il libro in oggetto, edito da Andrea Oppure nel 2007, scritto dall'amico Aldo Ettore Quagliozzi e da me recensito per semplice gratitudine, contiene spunti che avvalorano e puntualizzano quanto espone l'Autore dell'interessante e condivisibile articolo. Ne cito un paio soltanto, a conferma di quanto sopra: "Molti insegnanti, però, commettono lo sbaglio di credere che i modi di vedere e le regole a cui essi stessi sono abituati, siano principi universali che tutti dovrebbero accettare". Più che un'autobiografia è un percorso a ritroso nel tempo, che riporta altresì memorie di altri insegnanti, dagli inizi del '900 alle soglie del nuovo millennio. "Gli insegnanti conoscono il mondo? In quale forma in quale misura e con quali strumenti esso deve entrare nella scuola? Che cosa si deve porre al centro del fare scuola? Quale compito gli insegnanti possono vedersi affidato?". L'ho letto e apprezzato per l'arguzia e la fine capacità di tessitura, decisamente rara nonchè per la capacità di autocritica e autoanalisi dei punti deboli della professione. A tratti vi si nota quel "delirio narcisistico" di cui parla il neuopsichiatra Giovanni Bollea nella sua mirabile prefazione a Scuola di follia. Non mi resta che aggiungere una postilla: anche nella scuola elementare molti docenti si curavano unicamente del proprio orticello, precludendo ai bambini la visione a 360° della realtà...un vero peccato!

 
29/07/2010 - Il fondamento della funzione docente (enrico maranzana)

"Sapere bene le cose (nel loro ordine e struttura epistemica) non equivale a saperle trasmettere" è un'affermazione che vale la pena di approfondire. Cassiamo innanzitutto il termine trasmettere che non corrisponde alla finalità della scuola, come l'articolo ricorda, per concentrarci sul "sapere bene le cose". In tal modo si introduce il problema: quale bagaglio culturale caratterizza la professionalità del docente? La formazione degli insegnanti evolve in campo disciplinare; di questa devono possedere una chiara, limpida, precisa, sintetica, articolata, dinamica e vitale immagine. Le discipline non corrispondono a quanto è messo a sistema nei libri, non sono rappresentate dagli argomenti che l'uomo ha conquistato nel tempo: le discipline sono flussi di pensiero che muovono dalla percezione di problemi, dalla loro definizione attraverso la precisazione dei risultati attesi, dalla loro aggressione e risoluzione conquistata con razionali e rigorose metodologie che conducono all'ottenimento di risultati che, comparati con gli obiettivi, producono informazioni di ritorno. Questo fermento metodologico è presente nei nuovi regolamenti che vincolano gli insegnamenti a "praticare i metodi di indagine propri dei diversi ambiti disciplinari", vincolo che gli stessi estensori del documento di riforma hanno immediatamente e irresponsabilmente eluso: il "conosce", "comprende", "utilizza" caratterizzano i risultati dell'apprendimento.