SCUOLA/ Un insegnante: cambiamo subito quell'ora di lezione in bilico tra noia e doverismo
giovedì 29 luglio 2010
Il testo di Pavel Florenskij Lezione e lectio è una sfida radicale al mondo della scuola, mette a tema uno dei punti più delicati e nello stesso tempo decisivi della vita scolastica, l’ora di lezione. La questione è se si vuole prendere sul serio questa sfida, perchè purtroppo di una nuova idea dell’ora di lezione nessuno oggi sa che farsene.
Mai come in questi anni l’ora di lezione è in crisi, in bilico tra la noia e il doverismo, tra la ripetizione di contenuti astratti e l’addestramento di competenze che lasciano il tempo che trovano. Chi ha tentato di uscire da questa empasse lo ha fatto maldestramente, di fatto ha ripetuto vecchi schemi. Urge una rivoluzione!
Il problema infatti non è di ritoccare l’ora di lezione con qualche attraente novità, il problema è chi tra gli insegnanti sia disposto a ribaltare la concezione stessa dell’ora di lezione. Per Florenskij “la lezione non procede in linea retta, totalmente rinchiusa in una formula razionale ma, come l’essere vivente, sviluppa i propri organi, rispondendo ogni volta alle esigenze che si manifestano in corso d’opera”.
Non bisogna negarlo, anche nel migliore dei casi oggi si procede in linea retta, la lezione non porta novità innanzitutto nell’insegnante che la fa, figuriamoci in chi la subisce. Florenskij, ma non perché Florenskij, gli studenti tutti urgono una rivoluzione nell’insegnamento, tale da far diventare l’ora di lezione interessante, capace di mordere l’umano.
Questa rivoluzione attiene il modo con cui l’insegnante concepisce l’ora di lezione. Non c’è nulla da fare, ma la gran parte degli insegnanti concepiscono l’ora di lezione come un travasare ciò che loro sanno nella mente degli studenti. Poi si dividono tra chi lo fa in modo autoritario e chi invece si pone in modo democratico, ma la concezione di fondo è la stessa, c’è uno che sa e questo deve far arrivare al suo sapere chi non ce l’ha.
Florenskij ha sfondato questa concezione. Un insegnante entra in classe non da un suo supposto sapere, ma da una appartenenza. È questa la rivoluzione che urge oggi, che un insegnante parta all’attacco dell’ora di lezione dalla solidità dell’appartenenza, consapevole lui di appartenere agli studenti, e loro a lui. Che un insegnante entri in classe certo di un’appartenenza, questo è il cambiamento sempre più urgente per far diventare l’ora di lezione un’interessante avventura di conoscenza.
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Per un insegnante iniziare l’ora di lezione dall’appartenenza significa guardare ognuno degli studenti che ha davanti non come recipiente da riempire di contenuti anche giusti, ma come occasione misteriosa per sé, per crescere nell’amore e nella conoscenza. Uno sguardo simile porta a cogliere il positivo di ogni studente e a puntare sulla sua libertà, così che l’ora di lezione, non procedendo più in linea retta, smuove l’umano e segue le strade, anche impreviste, che suggerisce.
È l’appartenenza la forma dell’ora di lezione e questa è l’unica possibilità che divenga cammino di conoscenza. Infatti solo l’insegnante che entra in classe per imparare qualcosa di nuovo per sé fa un’esperienza; anche quando nessuno degli studenti si muovesse, lui fa un percorso, insegnando va più a fondo dell’umanità che lo caratterizza.
Un insegnante che entri in classe per sé rivoluziona l’ora di lezione, è attento a tutti i fattori che caratterizzano l’ambiente e in primo luogo si prende il coraggio di puntare sulla libertà di ogni studente. Un insegnante che viva l’ora di lezione come appartenenza ha bisogno della libertà di ogni studente, la cerca, con quello che insegna la serve.
Nella scuola d’oggi uno sguardo positivo alla libertà di ogni studente è una delle più gravi carenze, e gli insegnanti spesso si giustificano indicando i tanti motivi per cui non ci si dovrebbe fidare della libertà degli studenti. Così non si va da nessuna parte, perché puntare sulla libertà di uno studente non è ad un certo punto del percorso, quando siano maturate le condizioni, ma sta all’inizio. È l’appartenenza che porta a puntare tutto sulla libertà altrui, e ogni ora di lezione è lo sviluppo di questa positività originaria. Il che fa gustare l’insegnamento, e tanto.
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Mi appaiono queste riflessioni utili solo se gli insegnanti si relazionano con allievi scolarizzati e non semianalfabeti come invece giungono dalle medie inferiori che sono divenute la calamità della scuola. Nell'esperienza dell'alto milanese buona parte degli studenti durante il periodo delle medie dimenticano letteralmente ciò che pure con profitto hanno svolto durante le elementari. Senza adeguate precognizioni, non soltanto teoriche ma di relazione con l'adulto, l'auspicabile comune ricerca del docente e dell'allievo nelle vicende dell'approccio al comune, e al tempo stesso diverso, arricchimento risulta essere aria fritta. Per preparare il terreno a questa interessante modalità - rivoluzionaria solo per chi non sa insegnare (e che bene farebbe a cambiare professione)- è necessario riconsiderare le basi, disciplina per disciplina, partendo prim'ancora che dai concetti dalla curiosità che spinse chi quei concetti scoprì. La relazione, la curiosità fattiva, le basi, poi la comune ricerca.
Ancora una volta Mereghetti mostra propensione per un atteggiamento non "riformista" ma "rivoluzionario", nel senso di non rassegnarsi ad un sistema non funzionale, tirandone fuori il meno peggio, ma riflettere su come scardinarlo. Il che, pradossalmente, significa non aspettare che dall'alto venga la Perfetta Riforma Salvifica, ma prendere il tuo piccone (e la tua cazzuola perchè dopo serve anche quella) in ogni giornata di lavoro, hic et nunc. Sono con te, però vorrei chiederti: il cerchio si chiude? Perchè nel tuo discorso, che credo somigli al mio pur insegnando argomenti "tecnicamente" molto diversi, si deve vedere che risposta hai dagli studenti, cui offri non le tue conoscenze ma la tua persona. Diciamolo chiaramente: se oltre la metà delle persone che hai davanti viene a scuola solo per avere un pezzo di carta che prescinda dalla loro "pre-parazione" ad affrontare la vita (di cui il "saper fare" ma anche il "volerlo fare" è una delle componenti essenziali: non doverismo del servo imboscato, ma dovere dell'uomo libero); se il contesto di chi incroci nei corridoi è omologato a una scuola senza responsabilità, vera imago della società esterna, come la mettiamo? Come spieghi a Maria, Giorgio, Valentina, che ti guardano con i loro irripetibili 15 o 19 anni, che è buono e giusto e bello mettersi in gioco in questa sfida, se poi Martina e Simone, lì a fianco, vanno avanti come e più di loro, senza quello sforzo di crescere che tu gli proponi, come gioco da giocare in due?