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SCUOLA/ L’incontro di Veronica con la disperazione di Kierkegaard e la conversione di Oscar Wilde

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"Sole del mattino" di Edward Hopper (1952)  "Sole del mattino" di Edward Hopper (1952)

Ho così incontrato Rebora e Montale, meravigliandomi della loro consapevolezza dello stesso bisogno e della stessa attesa che mi ritrovo addosso anch’io. A questo punto del colloquio, ho sentito il bisogno far vedere alla mia commissione d’esame una serie di quadri di Edward Hopper, artista che ha perfettamente rappresentato sulla tela la drammaticità dell’atteggiamento di apertura verso il reale che invita l’uomo a porsi di fronte alle cose come un bambino sorpreso che attende qualcosa per sé. Sono pochi i quadri a commuovermi come i suoi, perché in quei tratti leggo tanto della mia umanità.

 

A concludere questo percorso, ho raccontato di Oscar Wilde e dell’intuizione che in carcere gli salvò la vita: stufo di quei piaceri che gli avevano lasciato l’amaro in bocca, e rimasto privo di tutto ciò che possedeva, Wilde conobbe l’Umiltà, e iniziò così a desiderare per sé una “Vita Nova”.

 

Nello squallore del carcere, sentendo che persino i suoi sbagli erano stati abbracciati da quelli che un tempo erano perfetti sconosciuti, egli iniziò il cammino che alla fine della vita, sul letto di morte, lo porterà ad abbracciare quella novità che con violenza si stava imponendo nella sua esistenza. Si trattava di una novità che mendicava il suo sì: Cristo.

 

Infine, non ho potuto non portare la testimonianza dei miei amici carcerati di Padova, quei volti conosciuti al Meeting di Rimini, cambiati perché guardati, persino nei loro limiti. E questo è ciò che succede anche a me se sono abbastanza attenta per accorgermene. Ogni volta, ogni giorno di nuovo: cambiata perché guardata.

 

(Veronica Arduca)



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