BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

UNIVERSITA’/ Ribolzi: basta un tetto all’età per liberarsi di "dinosauri" e baroni?

Pubblicazione:

Foto Imagoeconomica  Foto Imagoeconomica

Se si riconosce agli accademici di consolidato valore e reputazione il delicato compito di formare i più giovani, in Italia potranno al massimo insegnarsi fra di loro, o contendersi all’arma bianca l’unico trentenne disponibile per i ventisei ultrasessantenni. I ricercatori con più di sessant’anni erano l’8%: oltre tremila (12,6%) sono entrati in servizio prima del 1980, e hanno passato trent’anni nella fortezza Bastiani ad aspettare i Tartari. Oggi l’età media di entrata in ruolo è di 36,3 anni (nel 1998 erano 35,1, con un picco nel 2003 di 39,7 anni), legata anche alla lunghezza del percorso per cui si termina il dottorato intorno ai trent’anni.

 

Gli ordinari, per parte loro, entrano di ruolo a 52,3 anni, anche se non mancano quelli che nel cinema sarebbero gli Oscar alla carriera, che portano alla cattedra di prima fascia docenti che hanno più di sessant’anni, e che considerati i tre anni di straordinariato passerebbero con le nuove norme direttamente alla pensione.

 

La finanziaria del 2008 che eliminava progressivamente i fuori ruolo (non più previsto dal 2010) ha portato a molte stime delle possibili uscite, stime che vanno corrette tenendo conto che negli ultimi dieci anni le uscite effettive sono sempre state più del doppio di quelle previste.

 

Da qui al 2016, dovrebbero andarsene circa undicimila docenti, pari a circa il 18% del totale, ma l’esperienza suggerisce che saranno molti di più: dato che negli ultimi sei anni sono entrati in servizio circa diecimila ricercatori ma solo poco più di 3500 fra associati e ordinari, e che ci sono pesanti vincoli alla sostituzione, e tempi geologici di svolgimento dei concorsi (su cui manca un regolamento organico), ci si chiede chi si occuperà degli studenti.

 

Dovrebbe essere chiaro che il vantaggio dell’esodo dei baroni non sarà finanziario, sia perché le singole università risparmiano, ma lo Stato deve pagare le pensioni, e in più assumere dei nuovi docenti, sia perché i fondi di ricerca esterni solo raramente vengono dati ai giovani ricercatori, dato che, a torto o a ragione, di solito i committenti cercano un accademico affermato a cui affidare i propri soldi.

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
13/08/2010 - riforma Università (CARLO MARIO FEDELI)

Condivido totalmente la valutazione della situazione dell'Università, le prospettive di soluzione indicate - e anche la punta iniziale e finale di humour...

 
12/08/2010 - giacobinismo (alessandra fedeli)

concordo pienamente con l'analisi. penso anche io che il passaggio alla pensione per un professore universitario debba essere, dopo una certa età, su base volontaria. l'università è passione e condivisione del sapere e la professione universitaria non può essere uniformata al lavoro in fabbrica. sono all'università e vedo che chi ne esce, mentre vorrebbe farne parte ancora, muore, poichè si spegne la linfa vitale della ricerca e della speculazione che alimenta chi vive l'università che, pertanto, non deve essere vista solo come luogo di potere autoreferenziale. A ciò si deve aggiungere se è logico buttare dalla finestra, e mi riferisco al mio ambito in particolare,l'esperienza, ad esempio, di un anziano clinico, che potrebbe insegnare ai giovani medici quello che non si apprende solo dai libri, solo perchè ha raggiunto i 65 anni o anche i 70?? possibile che in questo paese la razionalità debba sempre cedere il passo al giacobinismo? fossimo almeno un popolo realmente rivoluzionario........