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SCUOLA/ C'è un'ideologia di Stato che vuol "gestire" lo stupore

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Difficile che siffatta conoscenza, così accatastata nella testa dei ragazzi, si possa definire “un avvenimento”. Colpa di insegnanti impreparati, incapaci di essere “maestri”, salvo lodevoli e motivate minoranze? Certamente, purché si proceda nell’indagine delle cause fino a constatare che è lo stesso sistema che produce, insieme, un orizzonte ridotto di uomo e un insegnante adeguato a misura di quella riduzione. E’ il sistema educativo statale così strutturato - e quello paritario, nella misura in cui riproduca in modo pedissequo e culturalmente subalterno il paradigma statale - che sottoproduce insegnamento povero e apprendimento debole.


L’esaltazione retorica dell’insegnante-maestro, unita tuttavia alla vigorosa difesa del sistema educativo tradizionale - l’unica possibile riforma del quale sarebbe quella di restituirlo alla sua purezza originaria - suona come una campana fessa. E’ proprio il sistema nella sua purezza originaria che non funziona più, a causa della riduzione antropologica fondamentale. Il guaio è che le generazioni adulte stanno passando, in questi anni, dall’educazione come esercizio di volontà di potenza alla fuga dall’educazione; dall’onnipotenza dell’educare all’impotenza dell’educare. Per ripartire sono necessarie due operazioni intrecciate: prendere atto di quel dato antropologico originario e elaborare una nuova cultura dell’educazione e nuovi assetti istituzionali.


Senza la prima operazione, la seconda è pura verbigerazione pseudo-scientifica, destinata allo scacco. Senza la seconda, la prima si riduce a retorica, che finisce per dare copertura e conservare lo stato di cose presenti, contro ogni intenzione esplicita. Per il resto, si può solo ricordare che l’educare è un rischio, innanzitutto per l’adulto: non sai se l’altro aprirà, quando busserai alla sua porta; non sai che cosa troverai oltre la soglia; non sai fino a quando potrai essere ospitato. Perché “il cuore” dell’altro ha delle ragioni di cui nessun educatore si può impadronire. Pare che anche Dio si limiti a bussare. 

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COMMENTI
24/08/2010 - Il fariseo e il pubblicano (enrico maranzana)

Il 22/8 commentando l'intervento del prof. Israel, non pubblicato su questo giornale ma visibile sul forum scuola della stampa.it, ho segnalato l'origine dell'appiattimento del problema educativo e ho identificato nella professionalità dei docenti il nodo principale da sciogliere. Si tratta di una riflessione valida e pertinente anche per questo scritto: si parla di massimi sistemi ma ci si dimentica della quotidianità e non si cercano gli impedimenti che ostacolano l'ammodernamento del servizio. (CFR su la stampa.it il mio commento all'articolo di ieri di Odifreddi). Perché l'articolista non si domanda perché le norme sul'autonomia, che decentrano tutte le responsabilità formative e educative alle singole scuole non hanno trovato significativa applicazione, snaturate a questione di tipo burocratico amministrativo?

RISPOSTA:

Perchè l'autonomia non ha funzionato? Non credo che dobbiamo ripeterlo ad ogni articolo che scriviamo. Per tre ragioni: a) è un'autonomia puramente funzionale, coerentemente con la logica dei Decreti Bassanini; perciò è puro decentramento, a priori bloccato dentro i binari dell'interpretazione e della pratica burocratica che del decentramento fornisce l'apparato ministeriale. b) la cultura del personale amministrativo, delle Direzioni scolastiche, dei dirigenti e dei docenti è centralistica. c) la politica, di centro-sinistra e di centro-destra, salvo lievi eccezioni, si è limitata a prendere atto dello stato di cose. Luigi Berlinguer con il DPR 275 del 1999 ha provato a smuovere le acque, molto audacemente. Ma è stato sopraffatto dall'apparato burocratico, dai sindacati, dalla sinistra reale. Giovanni Cominelli