Educazione
martedì 3 agosto 2010
È possibile “insegnare” a scrivere? Scrivere infatti è un atto di conoscenza di sé e del mondo, e la competenza richiesta dipende innanzitutto da come uno percepisce se stesso. Nessuna tecnica può sostituire questo punto di partenza.
D’altra parte, scrivere richiede anche un vero apprendistato: in tanti anni di insegnamento ho incontrato ragazzi dall’umanità trasbordante, che non avevano gli strumenti per dirsi, per la confusione interiore in cui non sapevano mettere ordine, o perché semplicemente non sapevano che lo scritto non è la trasposizione grafica del parlato.
All’interno del dibattito sullo scritto, e dopo un mio articolo precedente, vorrei riprendere il tema presentando i due versanti, che sono uno inscindibilmente legato all’altro, e vanno entrambi “educati” e portati a riflessione.
Per scrivere occorre innanzitutto una posizione umana. Del resto, scrivere non è un “compito scolastico”: si scrive non solo per comunicare, ma per capire cosa si ha dentro di sé; è questa l’esperienza di chi scrive un diario, ma anche un racconto, una poesia e persino una descrizione. In questo senso la scrittura è prima di tutto un’esperienza, che non tutti riescono a fare in tutta la sua ricchezza.
La persona che scrive attraverso la pagina scritta chiarisce a se stessa il proprio pensiero attraverso l’atto dello scrivere, e solo secondariamente espone se stessa al potenziale lettore, il che richiede fiducia di avere in sé qualcosa che vale la pena dire ad altri. Scrivere richiede disponibilità a mettersi in gioco, fiducia in chi leggerà, volontà di essere capiti, e quindi sforzo di chiarezza, di completezza, per permettere a chi legge di entrare a tutto tondo in quello che gli viene proposto.
Entrambe queste cose sono il frutto di un’educazione che avviene all’interno di un clima della classe in cui ciascuno sia sentito come una ricchezza per se stesso e per gli altri.
Scrivere poi significa saper cogliere nella realtà quello che colpisce l’occhio, per trarne qualcosa di significativo per sé e per gli altri. Talvolta sembra che basti proporre solo ciò che colpisce, senza che sia necessario imparare a coglierne un plusvalore positivo di significato.
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Questo articolo è bellissimo (mi scuso per la banalità dell'aggettivo) e mi ha esaltato in parecchi punti, soprattutto quando parla di lealtà con il dato, che può essere una reazione di chimica inorganica così come la descrizione del mercato settimanale. Anch'io provo a insegnare a scrivere, quando (raramente) mi càpita, partendo dall'osservazione del dato e non è per niente facile.
"Saper guardare però non è scontato e richiede allo stesso modo una educazione": guardare differisce dall'osservare per l'intenzionalità. Chi osserva ha un problema da risolvere e estrae dalle cose del mondo (dati) le informazioni utili a risolvere le questioni che lo assillano. Leggiamo in quest'ottica il bilancio di Davide al termine del suo percorso liceale (su questo giornale il 31/7): "Il Liceo mi è servito per un aspetto assolutamente fondamentale - durante questi anni ho capito il metodo da utilizzare nello studio, un metodo che porterò e manterrò nel mio futuro da universitario .. ora so quanto ho bisogno di studiare per MEMORIZZARE certi argomenti, ho la consapevolezza di come farlo e in quali tempi". Appare evidente che Davide pensa che la scuola operi per uniformare i giovani all'esistente; si è identificato nelle discipline studiate, importanti, ma se acquisite passivamente non favoriscono"la messa in gioco, il far esperienza e l'imparare a guardare e a porre domande". Anche l'affermazione "Spesso non si riesce a scrivere, tanto è il disordine interiore" contiene un'indicazione per il consiglio di classe che, unitariamente, DEVE orientare la propria progettazione alla promozione di competenze: per mettere ordine al proprio bagaglio culturale lo studente deve "possedere l'origine e il senso del proprio agire", vale a dire percepire i problemi di cui le conoscenze sono soluzione e applicare i metodi delle diverse discipline.
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