Educazione
giovedì 5 agosto 2010
Sembra che nessuno si sia ancora reso pienamente conto della gravità della situazione nelle Università italiane e, in particolare, di cosa rischia di succedere a settembre. La prima cosa da capire è che a causa dei continui tagli esiste oggi un numero enorme di corsi (dell’ordine delle decine di migliaia) privi di un titolare, che vengono coperti attraverso supplenze che spesso sono a titolo gratuito e anche quando sono retribuite vengono pagate una miseria (intorno ai 3600 euro lordi all’anno per un corso-tipo di 48 ore). Queste supplenze vengono tenute perlopiù dai ricercatori, che quindi svolgono di fatto le stesse mansioni dei professori ordinari e associati, venendo però pagati molto meno e avendo molto meno potere.
Come se non bastasse, il continuo taglio ai fondi ha fatto sì che ormai anche la ricerca venga svolta in buona parte a proprie spese, come io faccio da sempre (per capirci, quest’anno ho avuto 906 euro di fondi per la ricerca, che non coprono nemmeno la partecipazione a un congresso internazionale: se voglio fare altro, devo pagarmelo di tasca mia). Detto in termini più chiari, se l’Università è riuscita a sopravvivere fino ad oggi è solo perché si è di fatto trasformata in una gigantesca organizzazione di volontariato.
A fronte di questa situazione, negli ultimi mesi i ricercatori, anziché vedersi in qualche modo premiati per il loro lavoro si sono trovati di fronte a norme che li penalizzerebbero ulteriormente in maniera molto pesante. Anzitutto, nella formulazione originale del DDL Gelmini, che per il futuro abolisce la figura dei ricercatori a tempo indeterminato, era previsto per quelli già in servizio la possibilità di una “corsia preferenziale” (ancora da definire nei dettagli) per diventare professori associati, senza però alcun aumento di stipendio, il che non sarebbe neppure una semplice istituzionalizzazione dello status quo, ma comporterebbe addirittura un danno per i ricercatori stessi, rendendo obbligatorio ciò che ora fanno volontariamente e cancellando il sia pur modesto beneficio delle supplenze retribuite.
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"La prima cosa da capire è che a causa dei continui tagli esiste oggi un numero enorme di corsi (dell’ordine delle decine di migliaia) privi di un titolare, che vengono coperti attraverso supplenze che spesso sono a titolo gratuito e anche quando sono retribuite vengono pagate una miseria (intorno ai 3600 euro lordi all’anno per un corso-tipo di 48 ore)". D'accordissimo che una retribuzione tale per un corso che serve è vergognosa. D'altra parte, secondo me e rispetto a quanto suggerito, la prima cosa da capire è che esiste oggi un numero enorme di corsi (dell'ordine delle decine di migliaia) completamente inutili. Per quanto riguarda l'"organizzazione di volontariato", il cancro alla base è che spesso non è vero e proprio volontario ma una sorta di "contratto implicito" dove se un ricercatore non tiene un corso gratis fondamentalmente sta minando alla base la propria possibilità di fare carriera. Il tutto ha retto finche la carota della chiamata era possibile mentre ora che, giustamente o meno, qualcuno ha chiuso il rubinetto il giocattolo si sta rompendo. Nessuno è così... pirla da tenere corsi gratis senza alcun incentivo, presente (remunerazione) o futuro (posto+remunerazione). Sì, forse generalizzo eccessivamente: ci sono tanti ricercatori, anche se non penso siano la maggioranza, che tengono corsi gratis per passione, amore e rispetto all'Università e agli studenti, nonchè al proprio lavoro. Per queste persone val la pena di muoversi perchè non vengano perse per strada o demotivate o sfruttate. Detto questo, penso appunto che la maggioranza, senza la carota/ricatto del posto avrebbe smesso da un pezzo di tenere i corsi gratuitamente. Del sistema anglosassone va sicuramente copiato il meccanismo, molto strano in Italia, per il quale se uno lavora (tanto, meglio bene) viene pagato adeguatamente. Certo, come poi suggerisce lei, poi pero' se uno non lavora bene viene anche mandato a casa... altro meccanismo avulso dal contesto italiano.
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