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UNIVERSITA’/ Grazie ai tagli della Gelmini, i ricercatori sono costretti a cambiare lavoro

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Su questo erano in corso delle trattative, ma nel frattempo è arrivato il provvedimento Tremonti che prevede il blocco degli aumenti per 3 anni, senza per di più la possibilità di ricuperare successivamente gli scatti perduti. Ciò significa che questa decurtazione dello stipendio uno se la porterà dietro per tutta la vita, penalizzando maggiormente chi è all’inizio della carriera e guadagna meno, risultando di fatto equivalente ad una vera e propria “tassa dello sceriffo di Nottingham”, inversamente proporzionale al reddito.

 

Per queste ragioni, la maggior parte dei ricercatori italiani, con l’appoggio della grande maggioranza dei professori, ha deciso di non accettare più supplenze, né gratuite né retribuite, fino a quando la situazione non cambierà in modo sostanziale. Bisogna aver chiaro che questa protesta non è uno sciopero, che per sua natura è destinato prima o poi a finire. I ricercatori hanno semplicemente deciso di tornare a fare il proprio mestiere, rifiutandosi di continuare a svolgere mansioni a cui per legge non sono tenuti. Dunque, in assenza di aperture significative da parte del Governo, la protesta si protrarrà a tempo indeterminato, al limite anche per sempre, il che comporterà per quasi tutti gli Atenei l’impossibilità di rispettare i requisiti minimi di legge in moltissimi corsi di laurea e quindi l’impossibilità di far partire l’anno accademico. 

 

Ciò significa in primo luogo che è interesse di tutti cercare un accordo coi ricercatori, che ne riconosca il lavoro fin qui svolto e dia loro adeguate prospettive economiche e di carriera. E, in secondo luogo, che il dibattito sull’Università così come si è svolto finora è viziato all’origine da un grande equivoco: infatti, anche eliminando tutti gli sprechi e tutti i corsi di laurea inutili (come peraltro è auspicabile che accada) l’Università risulterebbe comunque gravemente sottofinanziata, perché il risparmio fin qui garantito (e d’ora in avanti non più garantito) dall’attività di supplenza dei ricercatori è molto superiore al totale degli sprechi suddetti, dell’ordine di diverse centinaia di milioni di euro all’anno, dato che altrimenti sarebbe necessario assumere un professore per ciascuno dei corsi scoperti. Quindi qualsiasi riforma seria dell’Università deve necessariamente prevedere più (e non meno) risorse, altrimenti il sistema è destinato al collasso: non nel giro di decenni, ma già dall’anno prossimo.



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COMMENTI
16/09/2010 - a proposito dei corsi (alessandro giudici)

"La prima cosa da capire è che a causa dei continui tagli esiste oggi un numero enorme di corsi (dell’ordine delle decine di migliaia) privi di un titolare, che vengono coperti attraverso supplenze che spesso sono a titolo gratuito e anche quando sono retribuite vengono pagate una miseria (intorno ai 3600 euro lordi all’anno per un corso-tipo di 48 ore)". D'accordissimo che una retribuzione tale per un corso che serve è vergognosa. D'altra parte, secondo me e rispetto a quanto suggerito, la prima cosa da capire è che esiste oggi un numero enorme di corsi (dell'ordine delle decine di migliaia) completamente inutili. Per quanto riguarda l'"organizzazione di volontariato", il cancro alla base è che spesso non è vero e proprio volontario ma una sorta di "contratto implicito" dove se un ricercatore non tiene un corso gratis fondamentalmente sta minando alla base la propria possibilità di fare carriera. Il tutto ha retto finche la carota della chiamata era possibile mentre ora che, giustamente o meno, qualcuno ha chiuso il rubinetto il giocattolo si sta rompendo. Nessuno è così... pirla da tenere corsi gratis senza alcun incentivo, presente (remunerazione) o futuro (posto+remunerazione). Sì, forse generalizzo eccessivamente: ci sono tanti ricercatori, anche se non penso siano la maggioranza, che tengono corsi gratis per passione, amore e rispetto all'Università e agli studenti, nonchè al proprio lavoro. Per queste persone val la pena di muoversi perchè non vengano perse per strada o demotivate o sfruttate. Detto questo, penso appunto che la maggioranza, senza la carota/ricatto del posto avrebbe smesso da un pezzo di tenere i corsi gratuitamente. Del sistema anglosassone va sicuramente copiato il meccanismo, molto strano in Italia, per il quale se uno lavora (tanto, meglio bene) viene pagato adeguatamente. Certo, come poi suggerisce lei, poi pero' se uno non lavora bene viene anche mandato a casa... altro meccanismo avulso dal contesto italiano.