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Educazione

SCUOLA/ La “corsa” di Agnese: dall’invidia al fascino di fotografi e scrittori per l’uomo

Operai al lavoro sulle impalcature dell'Empire State BuildingOperai al lavoro sulle impalcature dell'Empire State Building

Per questa ragione davanti agli operai sulle impalcature dello State Building siamo incuriositi e quasi istantaneamente chiediamo: “Chi sono? Da dove vengono? Saranno sposati? Avranno dei figli?”. La fotografia vista da questa angolazione diventa uno dei mezzi più affascinanti per capire e conoscere la realtà.

 

A questo punto ho scelto di approfondire le esperienze artistiche di due maestri del fotogiornalismo americano, Weegee e Steve McCurry. Tra tanti ho scelto proprio loro perché mi sembra che questi fotografi riescano con le loro opere a svelarci il mistero della condizione umana.

 

Quel mistero per cui l’uomo di fronte alle circostanze più drammatiche della sua vita, la morte, la povertà la malattia è teso a chiedere la vita. Durante le ore di scuola diventava sempre più affascinate vedere come tantissime delle cose che studiavo andavano a centrare questo stesso punto, tutto da Ungaretti a Kafka, da Leopardi a Schopenhauer era un’occasione per andare a fondo di questo mistero che è l’uomo.

 

Così il cantiere si è chiuso il 29 giugno, giorno del mio orale, quando davanti a quei sette commissari ho dovuto dare ragione del mio lavoro. Magari non sarà stato tutto perfetto, magari avrò balbettato, ma non mi importa, è stata davvero una grande occasione che mi ha fatto appassionare a ciò che studiavo e a ciò che avevo tutti i giorno sotto il mio naso: la realtà.

 

(Agnese Boldrin)

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COMMENTI
06/08/2010 - McCurry: immenso, però, però... (Sergio Palazzi)

Cara Agnese, ho letto con interesse la tesina, anche perchè non è comune parlare di fotografia, specie se relativamente "antica" e molto legata alle esigenze di cronaca come in Weegee. Su McCurry però ho qualche perplessità, che si era rafforzata proprio visitando la mostra di Milano del 2009. "Visitandola" è un eufemismo: vivendola, respirandola, ubriacandomi. Un'esplosione di colori e drammi, inquadrature e mondi. C'ero rimasto per delle ore, zigzagando avanti e indietro (le studentesse che erano con me, per quanto interessate, dopo un po' mi avevano salutato per uscire all'aria aperta... le capisco). Lui è grandioso, ha tirato agli estremi le possibilità di uno strumento come il Kodachrome - e che delitto la fine annunciata del KR! - è un assoluto del colore, però... Evoca emozioni profonde, ti mette al centro del dramma in ogni angolo del mondo, però... Però, quelle luci sempre a posto. Però, lo sguardo nell'obiettivo. Però, l'autocompiacimento. Però, le pose ben studiate. Però, gli zillioni di dollari che ruotano intorno a quei due occhi verdi, da cui la titolare ha ricavato ben poco (e i titolari degli altri sguardi forse solo qualche rupia). Ecco, McCurry mi dà la sensazione di non mettersi alla pari, resta estraneo alla scena, non la vive. Non è Weegee, o gli altri che citi, o magari Di Biasi: che pure mettevano i soggetti in posa, ma mangiavano la stessa loro zuppa, avevano lo stesso odore, e non sgommavano via col gippone del National Geographic. Che ne dici?