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SCUOLA/ Cosa succede quando gli insegnanti diventano “pazzi per la scuola”?

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Posto che non v’è nulla di nuovo sotto il sole, rammento la citazione di William Osler (1849-1919) promotore della formazione medica continua che così si rivolge ai giovani medici che - sotto la sua guida - portavano a compimento la loro formazione universitaria.

 

“Cari neo medici, nell’augurarvi un grande successo professionale, devo darvi due notizie: una buona e una cattiva. La buona notizia è che nel giro di una decina di anni la metà delle cose che avete imparato sarà scientificamente superata e l’avrete dimenticata. La cattiva notizia è che nessuno può sapere quale sia questa metà”.

 

Se al tempo della foto di copertina le autorità di ogni paese erano il sindaco, il medico condotto e la maestra, da decenni assistiamo a un declino del prestigio professionale. La trasformazione dell’insegnante in impiegato statale ha declassato la professionalità del docente e la sua dignità agli occhi dei più, mentre l’avvento dei mass media e della tv in particolare l’hanno resa poco attraente, soprattutto alla componente maschile. La femminilizzazione, con tutte le problematiche a essa connesse, costituisce un nuovo serio problema unitamente all’innalzamento dell’età pensionabile.

 

Leggere il testo permette l’incontro - a tratti sconvolgente - con una realtà di profonda sofferenza sommersa, direi quasi da brivido, sotto vari punti di vista. Ma potrebbe servire a diffondere capillarmente maggior consapevolezza sul rischio di usura mentale derivante da una delle professioni di aiuto di cui, peraltro, è meno nota l’appartenenza.

 

L’appello sotteso al libro, che contiene vari allegati a riprova del lungo percorso di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, delle parti sociali nonché delle associazioni di categoria, invita a una maggiore sinergia d’intenti tra le istituzioni e gli attori giunti al termine dell’ennesimo anno di scuola durante il quale abbiamo assistito al proliferare di numerosi casi di cronaca ben poco edificante, ma di fronte ai quali non abbiano saputo che indignarci e additare il “colpevole”.

 

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