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SCUOLA/ Se "Il Fatto Quotidiano" insegna l'autonomia alla Gelmini...

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Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)  Mariastella Gelmini (Imagoeconomica)

E per gli alunni? «Buoni scuola uguali per tutti gli studenti, finanziati con le imposte e spendibili nella scuola di propria scelta». Insomma, sottolinea con forza Boldrin, «ciò che conta è il finanziamento pubblico dell’istruzione, fattore di progresso economico e uguaglianza sociale, non la sua gestione diretta. Che come l’esperienza dimostra, porta spesso a inefficienze e assurdità». Al Ministero resterebbe l’importante compito di indicare, con programmi «minimi e uniformi a livello nazionale» - arricchiti da «aggiunte volontarie locali» -, gli obiettivi formativi fondamentali e di valutare la qualità dell’insegnamento.


Una ricetta che è una vera rivoluzione e che finirebbe per liberare risorse a favore degli «insegnanti capaci e volenterosi», oltre che degli alunni e delle loro famiglie. Una rivoluzione che però non è una proposta totalmente nuova e mai esplorata nel nostro paese. Nel 1997 l’allora ministro della Funzione Pubblica, all’interno di una articolata legge per il decentramento amministrativo, introdusse il concetto di «autonomia scolastica»; la cosiddetta «legge Bassanini», di fatto, traduceva in norme la consapevolezza ormai diffusa (dati i malfunzionamenti noti a tutti) che era assolutamente necessario passare da un sistema rigidamente centralistico, ingessato e, dunque, inefficiente, ad uno più snello ed efficiente, centrato maggiormente sulla responsabilità dei diretti operatori. Da allora, mentre in alcuni ambiti sono stati fatti dei passi in questa direzione, nella scuola l’autonomia resta ancora largamente sulla carta, nonostante le dichiarazioni di principio e le concessioni di facciata.

 

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COMMENTI
10/09/2010 - se questo fosse un mondo perfetto... (Sergio Palazzi)

... non saremmo qui a parlare di queste cose, direbbe Clint. L'articolo di Boldrin del 3.9 non passa inosservato, come peraltro quello del 3.8 sulle università (attendiamo il 3.10?). Là proponeva una riforma drastica dei sistema egualitaristico e corporativo delle università, su stile californiano, in base al principio per cui se riconosciamo ed ammettiamo che vi siano università di serie A, B e C, tutte avranno diritto di esistere perchè sarà palese che hanno tre ruoli diversi e tutti dignitosi. E aggiungeva che in uno o due lustri ci si potrà arrivare. Se partiamo adesso, quel giorno noi saremo sui 60, ergo ancora lontanissimi dalla pensione, e potremo dare il nostro contributo... In questo dice cose quasi interamente condivisibili, che Einaudi diceva 70 o 90 anni fa. Guardiamoci negli occhi: nessuno che sieda anche solo vicino ai centri del potere può pensare che in Italia ci si arrivi, non in uno ma forse nemmeno in sei lustri, perchè per riforme così da niente ci vorrebbe qualcuno con più sicurezza di continuità nell'azione di governo (e più attributi) della Thatcher. Il punto che mi aveva lasciato perplesso fin dalla prima lettura è quello sulle cooperative di insegnanti. Forse ha in mente certe charter schools americane. A Lepore, che di cooperative e di scuole non statali ne sa ben più di me, chiedo: riusciremmo a trovare tante coop serie, competenti, responsabili per ricoprire anche solo un quinto delle scuole italiane? Con quale management, con quali strumenti?

 
10/09/2010 - Alla scuola servono persone competenti. (Salvatore Ragonesi)

Fa piacere sentire la forte passione dell'esperienza vissuta in prima persona e sulla propria pelle, giacché spesso si discute sulla base di luoghi comuni o per aver letto qualche semplice articolo sulla scuola. Così non è per l'appassionato intervento di Marco Lepore, che non ignora certo le gravi incongruità della normativa sull'autonomia, a cominciare proprio dalle responsabilità attribuite ai vecchi presidi dopo la dubbia, veloce e costosa formazione nei corsi per dirigenti scolastici e la successiva eliminazione di ogni specificità culturale, didattica e organizzativa. Avrebbe ragione pure Maranzana a sottolineare il valore degli aspetti formativi, se avesse definito lo spazio della specificità, in quanto non tutte le tipologie scolastiche presentano i medesimi problemi sotto il profilo degli obiettivi generali e specifici e dell'organizzazione didattica e pedagogica,né sono identici tutti i contesti sociali e culturali,interni ed esterni. Il sistema non poteva migliorare, come aveva previsto qualche preside di liceo, poiché mancavano sia i veri poteri dirigenziali, sia le vere responsabilità legate alla piena e larga competenza prima di tutto in sede culturale, didattica e organizzativa. Perciò sono pienamente d'accordo con Marco Lepore: alla scuola servono "persone responsabili"(prima come dirigenti e poi come docenti) che sappiano muoversi liberamente nel contesto dato e che siano capaci di utilizzare, modificare e arricchire le strutture alla luce proprio di competenze ben definite.

 
10/09/2010 - Finalmente! (Silvio Restelli)

"Il modello tratteggiato da Boldrin, dunque, è proprio quello dell’autonomia, portata magari alle estreme conseguenze, però del tutto in linea con quanto già intuito anche dalla legislazione italiana". La proposta è interessante proprio perché capace di superare la falsa separazione tra scuole statali e non statali, mettendo alla prova la prospettiva dell'autonomia, abbracciata solo teoricamente dall'amministrazione scolastica e liberando così le energie di quanti si stanno impegnando da anni nella linea auspicata dal Maranzana, i cui sforzi affogano nel modello centralistico e burocratico fatto proprio da sindacati scolastici e dirigenza ministeriale. "Scuole libere, poi, che almeno in parte siano riconducibili alla proposta di Boldrin e funzionano anche bene, esistono già, ma sono ancora una esperienza marginale (o, meglio, marginalizzata) nel nostro sistema di istruzione." Presentare le scuole "presunte libere" come realizzazione del modello autonomia significa non rendersi conto che la attuale contrapposizione tra scuole statali e non statali è funzionale al modello centralistico dominante. Ogni coppia di opposti ha bisogno infatti di entrambi gli estremi per poter sussistere come coppia. Dobbiamo superare tutto il modello.

 
10/09/2010 - Autonomia, un concetto evanescente (enrico maranzana)

Si parla di problemi politici, finanziari, amministrativi e non c’è alcun cenno a quelli di natura pedagogico-didattica: si trascura quanto avviene nelle classi, non si considera il fatto che la qualità del servizio deriva dalla capacità ideativa di percorsi unitari di apprendimento. Se si volesse realmente rivitalizzare la scuola prendendo spunto dall'autonomia, si analizzerebbe e si commenterebbe il relativo DPR per denunciare la negligenza colposa che ne ha sterilizzato le valenze innovative; le indicazioni più qualificanti sono state disattese. La scelta di campo dell'articolista traspare dall'affermazione: non si tratta di "una PROPOSTA totalmente nuova" in quanto la parola "proposta" occulta l'origine del disservizio e giustifica i dirigenti scolastici che non hanno onorato il MANDATO ricevuto. Le norme concernenti la PROGETTAZIONE formativa, educativa, organizzativa, di ricerca sono rimaste lettera morta. Il ministro Gelmini, a cui è intitolato l’articolo, ha la responsabilità di verificare che l’operatività delle scuole fluisca nell’aleo istituzionale, responsabilità che potrebbe essere agevolmente assolta se si confrontassero i POF con lo spirito e la lettera della legge.

RISPOSTA:

Se l’autonomia è un concetto "evanescente" ciò è dovuto non solo e non tanto alla possibile "negligenza di chi ne ha sterilizzato le valenze educative", quanto al fatto che l’autonomia è NATA STERILE. Come lei ben sa, si tratta solo di un’autonomia FUNZIONALE, poiché continua a riservare allo Stato proprio quegli aspetti che maggiormente avrebbero permesso di esprimere una piena autonomia e responsabilità formativa, educativa e gestionale: 1) l’erogazione dei finanziamenti necessari al funzionamento del sistema; 2) la competenza totale nel reclutamento dei docenti. Insomma, il legislatore aveva forse compreso di cosa c’era e c’è bisogno, ma non ha avuto la possibilità o la forza di "affondare il colpo", così la legge è nata monca (come spesso accade nel nostro paese…). Ho vissuto in prima persona (come immagino, del resto, sia accaduto anche a lei) il passaggio storico di quegli anni, e posso dire che le scuole (e con esse i dirigenti) in generale hanno fatto ciò che era stato loro chiesto. Le indicazioni più qualificanti non sono state disattese; semplicemente non hanno avuto una reale possibilità di incidenza sulla qualità della scuola. Se il sistema non è migliorato, anzi è peggiorato, è dunque perché l’autonomia è più dichiarata che reale. NON SERVONO "norme concernenti la progettazione formativa, educativa, organizzativa, di ricerca"; alla scuola servono invece persone vive, responsabili, motivate e ricche di idealità da spendere, in un contesto di libertà che favorisca questa dinamica. Analizzare (ancora una volta!) e commentare il DPR non servirebbe a nulla, quindi. Le leggi che lei cita continuamente nei suoi interventi, e di cui il sistema scolastico italiano è zeppo (direi ingolfato) hanno perlopiù ingessato e mortificato i protagonisti dell’istruzione, relegando la scuola italiana in coda alle classifiche internazionali. Se vogliamo rivitalizzare il sistema, invece, occorre andare nella direzione indicata da Boldrin, che da buon osservatore esterno non si è preoccupato di mediare e filtrare le sua considerazioni, e ha detto senza peli nella lingua ciò che vede e ritiene utile. Questa è la mia scelta di campo, non quella che si celerebbe dietro improbabili interpretazioni del termine "proposta": una scuola libera e responsabile, gestita da persone libere e responsabili. Marco Lepore