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SCUOLA/ Aprea: Regolamento al via, ora servono insegnanti più flessibili

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Valentina Aprea  Valentina Aprea

 

Percorsi didattici senz’altro più in linea con le tendenze europee più efficaci di formazione e di preparazione. La formazione pubblica italiana ha investito molto di più, rispetto al passato, sulla conoscenza delle lingue straniere, sulle nuove tecnologie, sulle scienze, e anche su una migliore e più approfondita competenza in italiano e in matematica.

 

E secondo lei la riforma porrà ai docenti problemi di attuazione?

 

Per loro sarà possibile anche formarsi o perlomeno riqualificare la propria preparazione attraverso il corso di studi e formazione previsto proprio dal ministero.   

 

Le iscrizioni ai licei sono in aumento mentre quelle agli istituti tecnici e professionali, che la riforma del ministro Gelmini si proponeva di rilanciare, risultano in calo. Cos’è accaduto?

 

È un dato che conferma la volontà delle famiglie di investire su percorsi lunghi di formazione, contrariamente a quanto avveniva negli anni ’60-’70 quando c’era un investimento prevalente sul diploma. Però è anche vero che i nuovi istituti tecnici danno la possibilità di acquisire una formazione fortemente propedeutica anche rispetto alla prosecuzione degli studi scientifici. Occorrerà certamente sforzarsi per far conoscere di più e meglio questi nuovo percorsi.

 

Vuole «togliere» allievi ai licei?

 

Tutt’altro. Mi limito a rilevare un dato inoppugnabile: da un lato abbiamo bisogno di garantire alle nostre aziende tecnici e quadri qualificati, la richiesta dei quali continua ad aumentare. Dall’altro serve un investimento più che sulla formazione umanistica, su quella scientifica e tecnica.

 

Secondo lei non c’è il rischio di una eccessiva «licealizzazione» dell’istruzione tecnica?

 

No, perché la doppia opzione mette al riparo da questo rischio. Essa qualifica il tecnico secondo i nuovi requisiti scientifici e tecnologici, rivisti alla luce delle nuove tendenze e al tempo stesso garantisce la possibilità a chi sceglie i licei di arrivare molto più preparati sul piano tecnico-scientifico alle facoltà legate alle nuove tecnologie. Oggi abbiamo molto più bisogno di laureati in ingegneria, fisica, chimica che di laureati in scienze della comunicazione.

 

Stando ai dati Ocse di Education at a glance 2010 i problemi dell’Italia rimangono gli stessi: per dirne un paio, eccessiva permanenza in classe rispetto ai livelli di apprendimento, e spesa inferiore ma assorbita dalle retribuzioni di un numero abnorme di docenti. La riforma riesce a porre le basi di un affronto serio di questo problema?

 

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COMMENTI
13/09/2010 - Lite in sale parto e il neonato muore (enrico maranzana)

Siamo sicuri che le famiglie vogliano che ai loro figli vengano proposti "percorsi didattici più in linea con le tendenze europee più efficaci di formazione e di preparazione" se fosse loro ricordato che l’Europa non si cura della crescita integrale dei giovani ma soltanto della libera circolazione della manodopera? E cosa devono intendere per formazione? L’affermazione: i docenti saranno "formati con competenze sì disciplinari ma essere anche capaci di coprire un’area di insegnamenti più vasta di quella attuale" propone la relazione formazione = informazione. Esistono tante formazioni quante sono le discipline? Eppure il DPR 275/99, l’architrave del decreto sulla formazione iniziale dei docenti [art. 2], prefigura una scuola unitaria, la cui vitalità nasce dalla PROGETTAZIONE educativa-formativa-dell’istruzione-organizzativa.