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SCUOLA/ Quale progetto salverà dal limbo la "generazione perduta"?

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 Ci sono troppi giovani uomini e giovani donne che hanno smesso di lavorare tout court, perché anche lo studio e la formazione devono essere considerati a pieno titolo lavoro, mossa del soggetto che liberamente investe pensiero e atti per trasformare la realtà che ha sottomano, a sua disposizione. Inoltre uscire non dal circuito, ma dalla pensabilità del lavoro, ossia di sé all’opera, significa uscire dalla pensabilità stessa dei rapporti. L’amore è infatti un lavoro che richiede la partecipazione attiva alle vicende proprie e dei propri amici e compagni. Risulta oggettivamente più difficile per un giovane amare qualcuno o qualcosa se per scelta non sta studiando né lavorando, perché si insinua lentamente come un veleno tossico l’idea che non serva investire le proprie risorse. Quindi giovani, educati, disoccupati e soli.


L’animo rischia allora di venire invaso da due diverse possibili forme di rinuncia: il fatalismo o il cinismo. “Accadrà quel che deve accadere” oppure “non vale la pena niente perché tanto vanno avanti solo i raccomandati” sono le frasi della cattiva banalità che possiamo ascoltare la mattina sugli autobus o negli interventi nei programmi radiofonici. In entrambe le posizioni, vittima di un destino stupido e inconoscibile o di un mondo corrotto, il soggetto non trova più le ragioni e quindi l’energia per quel passo personale che potrebbe permettergli di confutare quelle stesse tesi.

 

Abbiamo allora una responsabilità come adulti. Non è il dovere moralistico a diventare esempio o modello di impegno - sempre angosciante e logorante per la chiara inadeguatezza rispetto al compito - quanto la sincera e quasi inconsapevole testimonianza dell’amore alla realtà col nostro lavoro quotidiano. Sarà per tutti la possibilità di ribaltare la prospettiva: non occorre amare prima astrattamente qualcosa per potersi impegnare, è dall’impegno personale con la realtà che sorge la possibilità dell’amore.

 

Sia che i giovani siano preda della sfiducia figlia della difficile situazione (post)crisi, alibi o meno che sia, sia che si trovino in una maledetta “confort zone” che abbiamo creato per loro nell’illusione di proteggerli dai mali del mondo, è difficile che si schioderanno spontaneamente. Occorre che qualcuno dia il la, fornisca un prestito iniziale di energia che permetta il loro passo di cercare e riconoscere le occasioni che prima o poi incontreranno. Non possiamo essere conniventi col loro immobilismo, non possiamo rassegnarci a che restino davvero una Lost Generation. Diamogli una mossa.

 

 

 



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COMMENTI
18/09/2010 - Un imput e rinasce l'umano (Bruschi Franco)

Supplenza in una prima sup.Domanda:come sono andati primi giorni? Silenzio Ma è successo qualcosa di interessante, di bello?Risposta:No!Niente.Ma che facce tristi, stanche avete? E'la fatica di doversi alzare presto e venire qui. Ma c'è qualcos'altro che non va? Lei!Io?Non lei in particolare, ma i prof in generale. Ribatto:ma le mia alunne non sono scontente di vedermi, anzi direi che siamo proprio felici di incontrarci ogni mattina.Facce stranite, incredule! Continuo,io penso che questo succeda perchè per me la scuola è un rapporto, una amicizia al lavoro, in dialogo.Una dice:ma così non viene meno il rispetto? No, il rispetto non è una cosa formale, nasce dalla stima reciproca fra prof e alunne.Se la scuola non fosse un rapporto,una occasione per investire dei propri desideri, domande tutto quel che si dice e si studia, se non fosse vita sarebbe una gran noia. Io amo il mio lavoro, sono appassionato perchè non c'è come l'insegnamento che mi mette in rapporto con le persone,le attese,le speranze,le domande che ognuno ha dentro che sono come le mie.E' un camminare insieme verso la conoscenza di sè,verso la felicità.Allora il rapporto non finisce con l'ora di lezione, ma continua anche dopo, anche fuori.In quella prima, in un'ora di supplenza si è fatto un gran silenzio.Una dice:ma io non ho mai sentito un prof dire queste cose, parlare così della scuola, del rapporto con le alunne. Si vede che lei insegna con amore.Basta un imput,uno sguardo vero e rinasce l'umano.F.Bruschi