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SCUOLA/ Così l'egualitarismo cattolico e comunista ha rovinato i talenti

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Non appena, nell’universo scolastico, si nomini la parola “eccellenza” scatta nell’inconscio collettivo del Paese l’allarme rosso: “eccellenza” viene associato a “selezione”, a “competizione”, a “privilegio economico-sociale”. Preoccuparsi dei più bravi è considerato “politically incorrect”. Giacché è “dagli ultimi” che bisogna partire! D’altronde, lo sfondo culturale dal quale insorge la questione dell’eccellenza sia per apprezzarla sia per contestarla appare a sua volta confuso e infestato di pregiudizi. Perciò è utile tornare ai fondamenti concettuali della questione, a costo di qualche apparente pedanteria.

 

L’idea che gli uomini nascano uguali davanti allo Stato è stata è ed è un’idea motrice della civiltà europea. Essa è la figlia laica dell’idea cristiana che l’ha preceduta: che tutti sono figli di Dio e perciò uguali. La rivoluzione americana e quella francese hanno tratto le ultime laiche conseguenze: tutti gli uomini sono liberi, perciò sono uguali, perciò sono fratelli. Pertanto a quel grande apparato ideologico di Stato, che è la scuola, fu assegnato il compito di realizzare quei tre valori nel proprio ambito: l’Enciclopedia del sapere avrebbe reso liberi gli uomini, dunque uguali, dunque fratelli. Su quell’impianto ideologico sono stati costruiti enormi apparati di istruzione/educazione. La disuguaglianza è solo un incidente di percorso, un accidente casuale, che l’apparato educativo statale toglierà di torno, qualora si rispettino i programmi e le procedure.

 

Inutile aggiungere che questo ottimismo conviveva contraddittoriamente giustapposto alla tranquilla accettazione del fatto che solo i figli delle classi economicamente e culturalmente privilegiate potessero accedere ai gradi più alti dell’istruzione. La scuola si annunciava formalmente accessibile a tutti, di fatto era per pochi. Contro questo liberalismo duro insorsero i movimenti popolari socialisti e cattolici dell’800, rivendicando il valore dell’eguaglianza come centrale, anche nelle scuole. Da questa tradizione si guardò con sospetto al tema delle eccellenze, perché inevitabilmente e non senza ragione era associato a selezione di classe, a privilegio.

 

Alla fine sono ancora le tre grandi costellazioni del liberalismo, del cattolicesimo politico e del marxismo, almeno nel nostro Paese, a definire il quadro culturale e psicologico della questione. Finché si rimarrà dentro questa dialettica la questione non sarà neppure affrontata. E infatti non lo è, salvo che da piccole enclaves. Intanto, come documenta l’ultimo Rapporto Ocse, il nostro Paese, la cui leadership politico-intellettuale ha sempre fatto la retorica dell’eguaglianza, si trova ai livelli più alti di varianza e di distacco tra i primi e gli ultimi: è un’Italia piena di divides.

 

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COMMENTI
20/11/2010 - La maggioranza, l'opposizione e la scuola (luisella martin)

Il problema della valorizzazione delle eccellenze o delle personalità non è solo applicabile agli studenti! Ci preoccupiamo di educare al meglio i nostri figli-alunni, mentre noi stessi educatori siamo incapaci di dialogare di riconoscere i talenti nell'altro. Potrei contestare la parola "egualitarismo cattolico", ma preferisco, invece, accettare il titolo per fare emergere la mia impressione: è stata la mancanza di dialogo tra cattolicesimo e comunismo, la contrapposizione tra le due filosofie e non certo una sua supposta e virtuale unità di intenti, a produrre un distacco così profondo tra la politica e il mondo della scuola e a portare la società verso un relativismo di cui non riusciamo a liberarci. Chiedo scusa per la semplicità dei termini usati, forse questa mia idea è stata già espressa autorevolmente da altri nei commenti scritti (che non ho capito) forse è un'idea vecchia, forse è un'idea cretina. In tutto questo mondo culturale attento ad identificarsi e a schierarsi, pronto a combattere l'avversario, vedo svanire le speranze che hanno guidato la mia vita di insegnante: che si andasse a scuola tutti volentieri, alunni e professori, di destra e di sinistra, cattolici e atei, magari divertendosi e, se necessario, aiutandosi e volendosi bene.

 
21/09/2010 - Per un'eccellenza vera (CARLA VITES)

Primo: proprio perché educare è introdurre alla realtà totale, la scuola deve accettare i suoi limiti. Secondo: occorrerebbe mettersi d'accordo nell'individuare l'idea attuale di educazione. A mio sommesso avviso (e anche secondo quello certo ben più autorevole di N. Luhmann) viviamo nella considerazione certa dell'opposizione strisciante tra regola e libertà come della sostituzione del binomio educativo 'perfezione-utilità' con quello 'funzione e prestazione'. Inoltre intorno ai primi dell'800 la 'differenziazione' porta ad un orientamento del processo di apprendimento su quello della ricerca scientifica che è il prototipo ormai della conoscenza moderna. Nessuno misconosce la portata fondamentale dell'agenzia-scuola, resta il fatto che occorre relativizzarne la pretesa e capire da dove nasca. Come per tutte le cose umane, persino quelle affettive! leggere Cominelli obbliga a pensare quali sono le sue vere radici, come per tutti. Così penso ad Hegel, Gymnasialrede, 1811, per cui "l'educazione è raggiungibile solo attraverso l'insegnamento nella scuola, perchè solo quest'insegnamento può causare la rottura con l'immediatezza della vita familiare e in modo analogo nel lavoro, l'alienazione agisce come presupposto per la fondazione del rapporto con se stessi". Si tratta di 'valorizzare' i temi cognitivi attraverso cui l'alienato può ritrovare se stesso.

RISPOSTA:

L'idea dell'onnipotenza educativa della scuola nasce proprio da Hegel - preside del Liceo di Norimberga - che attribuisce al solo Stato la capacità di esprimere il bene pubblico, mentre la famiglia resta confinata nel regno del particolare egoistico e privato. Questa ideologia è ormai solo un residuato bellico delle classi dirigenti sindacal-politiche del nostro Paese. Residuato, perchè la realtà della scuola va in una direzione del tutto opposta: la scuola ha perduto l'onnipotenza prevista dall'ideologia, poichè educa sempre meno. Educare che significa? Il funzionalismo parsoniano di Luhmann non mi hai convinto e perciò neppure le sua analisi della crisi del sistema educativo. Ma qui sarebbe troppo lungo... Reinterpretare Luhmann con le categorie del rischio educativo di don Giussani mi pare impresa disperata. GC

 
21/09/2010 - Pericoloso dualismo (Guido Cariboni)

La posizione di Gianni Mereghetti, sostenuta nei commenti a questo articolo, a mio parere potrebbe essere rischiosa. Faccio un esempio. Io insegno storia. Durante le ore di lezione il "modo di guardare la realtà" cerco di comunicarlo attraverso il modo di guardare la materia che insegno, attraverso le date, i personaggi, le battaglie (per banalizzare). In quel momento la realtà coincide con quello che sto insegnando. E i ragazzi lo capiscono se ciò che comunico mi interessa (e quindi sono interessato a loro) o no. E' vero, erudizione e tecnicismo sono sempre dietro l'angolo. Dietro l'angolo vi è però anche un pericoloso dualismo in cui il senso della mia vita non passa anche attraverso quello che faccio (anche dalla matematica, dalla chimica, dalla ginnastica), ma occorre sempre aggiungere qualcosa. Il preparare bene una lezione non è un accessorio o un pretesto.

 
20/09/2010 - insegnamento ed eccellenza (CARLA VITES)

E' solo dalla fine del XVIII secolo che si viene a creare la formula ibrida "insegnamento che educa": gli antichi concetti che erano sapientemente distinti(non divisi, ma distinti) di 'educatio, institutio instructio' vengono a sovrapporsi nel vortice dei problemi didattici che una pedagogia di base kantiana ha essa stessa creato. Ancora nel 1798, dunque quando ancora il razionalismo illuminista non aveva del tutto prevalso, un esperto ha modo di osservare: "Ovviamente sarebbe stupido aspettarsi dalla scuola più di quanto essa per natura sarebbe in grado di offrire: essa non può educare, vale a dire abituare un uomo ad agire secondo principi giusti, essa è solo in grado di dare un "insegnamento", di sviluppare le capacità ed arricchire lo spirito con cognizioni utili" Diderot stesso affermava. "Delle regole adatte alla generalità degli spiriti, non possono essere leggi particolari; ciò che è utile ai grandi numeri, tralascia sempre fuori l'individuo". Con la "rottura antropologica" dovuta alla diffusione del pensiero di Kant per cui si affermerà un nuovo modo di intendere la "certezza" e quindi anche quello di "tecnologia" come era stato tramandato dalla tradizione, insegnare ed educare DEVONO essere costrette alla marcia unitaria e così le funzioni pedagogiche si tematizzeranno sempre di più come funzioni organizzative. La teoria della "formazione" pretendendo di essere una scienza della scienza si concepisce come alternativa alla riflessione teologico-trascendentale, più che pedagogia.

RISPOSTA:

Non mi è chiaro il senso finale delle Sue osservazioni. La scuola che istruisce, cioè che fornisce conoscenze, in un ambiente relazionale e affettivo determinato, educa, anche quando lo nega a parole. Sempre che educare voglia dire "introdurre alla realtà totale". La scuola è un'agenzia educativa. Nello statalismo totalitario è la sola agenzia educativa. Nello statalismo liberale e democristiano la scuola resta comunque il centro dell'educazione, la famiglia sta ai margini. Fioroni, nella prima riunione della Commissione istruzione della Camera, 29 giugno 2006, ritiene un cedimento al "familismo privatistico" che i ragazzi e le loro famiglie possano costruirsi un percorso personalizzato. Se non capisco male, Carla Vites, temendo che alla scuola vengano affidati compiti esorbitanti sul piano educativo, tende a ridurla al solo compito di fornire istruzione. Nello slancio di balzare a cavallo, cade dall'altra parte. Sempre se ho capito bene... In realtà, le agenzie educative sono molteplici, ciascuna con un compito specifico. Nessuna basta da sola. Se non mettono insieme le forze, i ragazzi andranno incontro al mondo da soli. Mi pare che si chiami "emergenza educativa". GC

 
20/09/2010 - egualitarismo cattolico? (Daniela Notarbartolo)

Scusa, Giovanni, ma non è cattolico l’egualitarismo di cui tu parli, bensì catto-comunista; per il cattolicesimo tutti, diversi come sono, hanno "pari dignità" di fronte a Cristo, morto per tutti: "né schiavo né libero (nei secoli porto portò alla riprovazione della schiavitù), né uomo né donna (v. in occidente la dignità della donna)". A chi ha avuto dei talenti è richiesto di spenderli, di non risparmiarsi sotterrandoli. E qui sta la colpa della scuola che sotterra quello che non riesce ad omologare al suo modello disciplinarista, e non chiede: cosa sai fare? Per la Chiesa, quando ognuno ha dato quel che poteva non è uno scandalo che arrivi dove può, perché non è su quello che sarà misurato, ma sull’aver dato come sapeva e aver riconosciuto Cristo Salvatore. Tanto che il semplice magari va il paradiso prima di uno che ha sfondato e parla tre lingue, o che è imprenditore e dà da lavorare ad altri 100. Ma se questo non si spende fino all'eccellenza disprezza il dono di Dio. Piuttosto, il cattolicesimo, con la sua visione totalmente positiva della realtà, dà l’energia che ci vuole per spendersi con grinta e produce quel frutto cattolico-brianzolo che è la piccola impresa familiare spesso eccellente a livello mondiale, magari su un bullone di ferro. E' l'energia e l'idea del bene che ciascuno è che manca nella scuola, per cui anche la personalizzazione può essere solo un dover essere.

RISPOSTA:

Cara Daniela N., la prossima volta leggi anche l'articolo e non solo il titolo:), che non era rigorosissimo. Non parlo di "cattolicesimo" (condivido le tue osservazioni al riguardo!), bensì di "cattolicesimo politico". Che è una ben nota categoria della storia del pensiero politico. Appartengono al "cattolicesimo politico" Murri, Tovini, Sturzo, Gemelli, De Gasperi, Fanfani, Dossetti, La Pira, Lazzati, Moro, Andreotti e molti altri. Generalmente "cattolicesimo politico", dal 1943 equivale a DC. E che la DC abbia detenuto il monopolio del Ministero dell'Istruzione dal 1946, salvo due o tre brevissimi intervalli, è arcinoto. E i risultati sono lì da vedere. Ed è proprio sulla base della subalternità allo statalismo liberale e poi fascista tipica del cattolicesimo politico (nell'illusione dei professorini della Cattolica di trasformare lo Stato fascista in Stato cristiano, cfr. "Oltre Lo stato liberale" di Maria Bocci) che la DC, in tutte le sue correnti, ha potuto trovare convergenze profonde con la sinistra statalista e con i sindacati della scuola proprio sul tema dell'eguaglianza di... stato. Andreotti non è affatto cattocomunista. Il cattocomunismo è quello della Sinistra cristiana, confluita nel PCI nel 1945: Rodano, Tatò, Giglia Tedesco e, negli anni '70, i Cristiani per il socialismo. Amen! GC

 
20/09/2010 - Grazie (Gianni MEREGHETTI)

Ringrazio Giovanni Cominelli, la sua sfida a vivere l'insegnamento come ciò che renda più facile per ogni studente la personalizzazione è una sfida innanzitutto a me, prima che all'istituzione scuola. Lo ringrazio per aver in questo inizio d'anno riposto con energia e chiarezza la questione seria della scuola. Infatti insegnare non è trasmettere dei contenuti a degli studenti che li debbono ripetere, non è questo. Insegnare è comunicare il proprio modo di guardare la realtà così che ogni studente impattandovisi trovi lui la strada per entrare dentro la realtà. Che sia questo la scuola è stupendo, è finalmente la liberazione dell'umano, di tutte le sue energie. E' bello allora iniziare l'anno non con lo sguardo rivolto alla propria materia, tutto piegato a spiegarla in modo perfetto, ma con lo sguardo rivolto ad ognuno dei propri studenti, tutto teso a coglierne le mosse per valorizzarle e confermarle nella traiettoria che essere prendono e che le porta ad impastarsi con la materialità del reale. Questa sfida alla personalizzazione mai come oggi è così stringente e decisiva, è l'ora che ogni studente viva la scuola come occasione per trovare la sua strada. E noi insegnanti siamo importanti per questo, perchè a noi spetta valorizzare l'originalità di ognuno nel suo emergere così che si rafforzi ed esploda.

 
20/09/2010 - Qual è il problema? (enrico maranzana)

La personalizzazione dell’insegnamento implica un profondo cambiamento nel modo di far lezione. L’esempio di don Bosco mostra una pedagogia "a crescere" ma, in questa direzione, la predicazione di Gesù è molto più significativa: l’insegnamento per parabole è una tipica modalità di problem solving. Non la dottrina, non il sapere deve essere il fondamento del rapporto interpersonale, ma la sollecitazione di riflessioni e l’accompagnamento sul cammino della ricerca. Sorge a questo punto una domanda: cosa centra il sistema statale-centralistico? L’ordinamento vigente demanda alle singole scuole le responsabilità formative-educative-d’istruzione, norme sistematicamente disattese e fraintese: nelle aule scolastiche la voce del docente echeggia sovrana.