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SCUOLA/ Troppo Gentile fa danno all'istruzione professionale. E al paese...

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4. In questo contesto come si sono mossi gli Istituti Professionali? Di fatto esiste il rischio (per tutti) che le novità delle Linee Guida Nazionali siano semplicemente adottate e non fatte proprie e trasformate in attività formativa adeguata alla propria realtà. Si sa che la scuola italiana vive, da tempo, per la generosità di tanti che, nonostante tutto, fanno bene il loro mestiere, di nascosto: come ancora ricordava a Rimini Norberto Bottani.  

Per i nostri istituti i fattori di crisi e le problematiche descritte hanno dettato le piste di lavoro a breve e medio termine, o proseguendo azioni già avviate da qualche anno o utilizzando i ristretti margini di autonomia e flessibilità del nuovo Regolamento. Il lavoro fatto è partito (e dovrà sempre tener presente) da una domanda: cosa può dare alla comunità nazionale dei decenni a venire l’istruzione tecnico-professionale? Tutti conosciamo la svalutazione sociale per il lavoro manuale, per i mestieri artigianali e industriali e nello stesso tempo tutti ne lamentiamo la mancanza, dai livelli dell’operatore fino a quelli più specializzati.

 

La prima sfida è quindi culturale: ridare dignità alla cultura che prepara al lavoro, al fare ed al suo significato, perché così un adolescente ritrovi motivazione allo studio, proprio laddove questo saprà coniugarsi costantemente con il reale, con il mondo fuori della scuola, con quello che attende dopo la scuola.

Per questo l’ambito di azione è stato quello della progettazione formativa, del cambiamento della metodologia didattica, utilizzando l’occasione formale del Riordino per cercare di aprire le scuole secondarie di secondo grado al vento del vero cambiamento di cui hanno bisogno. Iniziare a scrivere per competenze e abilità i percorsi dell’imparare ed i traguardi da raggiungere con gli studenti attraverso il cammino della conoscenza; ricercare i continui contatti tra teoria e pratica; ripensare la programmazione interdisciplinare non per nessi forzosi ma per ambiti reali e prodotti da ottenere; ricorrere sistematicamente al laboratorio come metodo per agevolare l’apprendere: sono le indicazioni proposte con insistenza anche da Dario Nicoli in tutti i seminari nazionali degli Istituti Professionali da maggio in poi. Quante esperienze di questo genere già in atto da valorizzare e far circolare...

 

A questo lavoro potrà servire anche la scelta di avviare i Dipartimenti non come “cambio di targa”, semplice assemblamento dei gruppi di materie, ma come percorso che, imparando da alcuni lavori fatti fin’ora, favorisca il passaggio dalla scuola dei programmi (conservati dai tradizionali gruppi di materie), alla scuola delle competenze. È un lavoro di correlazioni disciplinari, di progettazione per temi e prodotti che, rapportando le conoscenze da acquisire ai loro aspetti reali, costituisce di fatto il tentativo più difficile per una scuola nuova. Infatti, passare dalla collegialità alla cooperazione professionale significa saper fare scelte di contenuti culturali e di organizzazione didattica.

 

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COMMENTI
22/09/2010 - Grazie d'averlo detto, cominciavo a preoccuparmi (Umberta Mesina)

Mi riferisco a "[...] oltre al dominio italico della cultura umanistico-gentiliana che ha sempre guardato al lavoro come dimensione opposta alla cultura". Già, il problema del lavoro in Italia è un problema culturale. Questo fa anche capire perché gli appelli di Confindustria cadano nel vuoto. Perché a un quattordicenne o ai suoi genitori dovrebbe importar qualcosa degli appelli di Confindustria, se dall'altra parte - e con frequenza assai maggiore - vedono gli imprenditori dipinti come dei Mangiafuoco sfruttatori e ammazzatori di povera gente? Quanto a fare l'artigiano o l'operaio o, Dio non voglia, l'agricoltore, è quanto di meno figo si possa trovare, no? (No: ma ai ragazzi nessuno glielo racconta). In qualche anno che mi interesso di orientamento, avendo bene in mente quello che don Giussani diceva del lavoro, per me è diventato chiaro che il problema è culturale ma che sia chiaro a me conta poco. Sono contenta che qualcuno "del mestiere" cominci a scriverlo e a lavorarci! Bisogna non dimenticarsi che si parte dal singolo ragazzo o ragazza, dalla persona, insomma: e di questo "partire da" fa parte anche il racconto di quello che è il lavoro. Oggigiorno i ragazzi è difficile che possano vedere coi loro occhi come si lavora e chi lavora e dove, se la scuola non li aiuta.

 
22/09/2010 - Per guidare ci vuole la patente (enrico maranzana)

Le famiglie non capiscono "la differenza tra un biennio nei tecnici da quello dei professionali" in quanto "In tutti i curricoli dei bienni tecnici e professionali si sono inserite le stesse materie". E’ proprio vero! Chi è in grado di concepire l’immagine del mosaico se le tessere sono osservate separatamente? Sono i traguardi formativi a qualificare l’offerta, le materie sono gli strumenti, gli spazi operativi: le vernici servono sia per colorare le pareti, sia per realizzare opere d’arte. Ma è la riflessione sulle finalità formative degli istituti professionali che consente di cogliere il nodo critico dello scritto: esse non coincidono con l’integrazione nel mondo del lavoro a cui i giovani devono uniformarsi. L’orientamento del sistema scolastico, ITP compresi, è la "promozione dell’apprendimento", lo sviluppo integrale dell’uomo. Per cui, i "continui contatti tra teoria e pratica" devono essere l’occasione per il giovane per conoscere se stesso. "Passare dalla collegialità alla cooperazione professionale" è un postulato errato e fuorviante: le occasioni fornite dalla cooperazione professionale sono da sfruttare per concretizzata le strategie formative/educative CHE DEVONO ESSERE collegialmente prefigurate.