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SCUOLA/ Troppo Gentile fa danno all'istruzione professionale. E al paese...

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5. Questo rinnovamento dell’insegnare va sostenuto con scelte organizzative e progettuali (e molti hanno fatto così). Si è cominciato con le modifiche dei piani orari deliberate prima dell’estate. I tentativi avviati mirano a: incrementare il sapere pratico, ridurre l’eccesso di astrattismo, spostando materie nell’arco del quinquennio, allo scopo di dare peso a quelle professionali o attività di laboratorio già dal biennio, recuperando per questo le compresenze necessarie. Operando anche sulla riduzione dei 60’ di lezione orari, si è potuto avviare spazi per attività che favoriscono attenzione più personale ed esperienze di laboratorio. Anche se per poter fare questo i vincoli sono drastici: non creare esuberi di personale, non comportare oneri di bilancio.

 

Dal punto di vista dell’organizzazione didattica del tempo-scuola, la progettazione, da qualche anno, tenta di seguire contemporaneamente due binari paralleli: l’accompagnamento delle difficoltà e delle debolezze (specie di energia e motivazione, quando non di preparazione) per il loro recupero; la valorizzazione di capacità ed il sostegno del merito, fino alle eccellenze. Sono due componenti indispensabili allo stesso cammino, due polmoni dello stesso respiro scolastico, in certe attività chiamate ad occuparsi fattivamente l’una dell’altra. 

Ma per fare questo si sono dovuti ricavare spazi orari (portando le 32 ore settimanali delle prime a 34) e disponibilità per giungere a formare gruppi classe dove si potessero meglio personalizzare i percorsi.

 

Un’altra pista che alcuni Istituti stanno seguendo è il ripensamento della pratica dell’orientamento: quante scelte non hanno nulla a che fare o con le doti personali di un adolescente, o con le possibilità effettive di lavoro. Quante mode imperversano: è stato il boom dell’informatica ieri, dell’alberghiero oggi. I ragazzi hanno bisogno di conoscere di persona, di fare esperienze dirette e guidate, di avere modelli di riferimento, invece che ascoltare conferenze o fare giochini simulati in classe.

C’è poi da allargare lo sguardo: per capire meglio come “innovare”, per molti dei nostri istituti si sono rivelati vitali i rapporti internazionali di questi anni. Lì il confronto e lo scambio con le esperienze europee più avanzate, non ha portato solo l’inevitabile mortificazione del paragone con la nostra situazione italica, ma ha aperto a metodi didattici e soluzioni organizzative non immaginate. Anche se poi tornando ci si scontra con l’ottusità dell’amministrazione, il corporativismo sindacale ed i ritardi riformatori. È il caso della tanto osannata alternanza scuola-lavoro, in Francia (ad esempio) governata e sostenuta da una apposita legislazione che garantisce legami stabili tra aziende (incentivate) e scuole che si vedono garantiti posti per stages e periodi lavorativi.

 

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COMMENTI
22/09/2010 - Grazie d'averlo detto, cominciavo a preoccuparmi (Umberta Mesina)

Mi riferisco a "[...] oltre al dominio italico della cultura umanistico-gentiliana che ha sempre guardato al lavoro come dimensione opposta alla cultura". Già, il problema del lavoro in Italia è un problema culturale. Questo fa anche capire perché gli appelli di Confindustria cadano nel vuoto. Perché a un quattordicenne o ai suoi genitori dovrebbe importar qualcosa degli appelli di Confindustria, se dall'altra parte - e con frequenza assai maggiore - vedono gli imprenditori dipinti come dei Mangiafuoco sfruttatori e ammazzatori di povera gente? Quanto a fare l'artigiano o l'operaio o, Dio non voglia, l'agricoltore, è quanto di meno figo si possa trovare, no? (No: ma ai ragazzi nessuno glielo racconta). In qualche anno che mi interesso di orientamento, avendo bene in mente quello che don Giussani diceva del lavoro, per me è diventato chiaro che il problema è culturale ma che sia chiaro a me conta poco. Sono contenta che qualcuno "del mestiere" cominci a scriverlo e a lavorarci! Bisogna non dimenticarsi che si parte dal singolo ragazzo o ragazza, dalla persona, insomma: e di questo "partire da" fa parte anche il racconto di quello che è il lavoro. Oggigiorno i ragazzi è difficile che possano vedere coi loro occhi come si lavora e chi lavora e dove, se la scuola non li aiuta.

 
22/09/2010 - Per guidare ci vuole la patente (enrico maranzana)

Le famiglie non capiscono "la differenza tra un biennio nei tecnici da quello dei professionali" in quanto "In tutti i curricoli dei bienni tecnici e professionali si sono inserite le stesse materie". E’ proprio vero! Chi è in grado di concepire l’immagine del mosaico se le tessere sono osservate separatamente? Sono i traguardi formativi a qualificare l’offerta, le materie sono gli strumenti, gli spazi operativi: le vernici servono sia per colorare le pareti, sia per realizzare opere d’arte. Ma è la riflessione sulle finalità formative degli istituti professionali che consente di cogliere il nodo critico dello scritto: esse non coincidono con l’integrazione nel mondo del lavoro a cui i giovani devono uniformarsi. L’orientamento del sistema scolastico, ITP compresi, è la "promozione dell’apprendimento", lo sviluppo integrale dell’uomo. Per cui, i "continui contatti tra teoria e pratica" devono essere l’occasione per il giovane per conoscere se stesso. "Passare dalla collegialità alla cooperazione professionale" è un postulato errato e fuorviante: le occasioni fornite dalla cooperazione professionale sono da sfruttare per concretizzata le strategie formative/educative CHE DEVONO ESSERE collegialmente prefigurate.