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SCUOLA/ Troppo Gentile fa danno all'istruzione professionale. E al paese...

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6. Il Riordino, eliminando la Terza Area nei Professionali e mantenendo rigidezze di quadro, mette in difficoltà le esperienze di collaborazione con il mondo del lavoro. In molti istituti questo era il fiore all’occhiello del curricolo ordinario delle quarte e quinte classi: ora la fine dei finanziamenti ordinari dal Miur (unita all’assenza ormai da 15 anni di finanziamenti per rinnovare macchinari e laboratori) renderà difficile se non impossibile sottoscrivere contratti con professionisti, esperti esterni o sostenere moduli professionali, stage ed esperienze lavorative.

Diversi Istituti già da qualche anno hanno iniziato a stringere alleanze con partner privilegiati, anche se non sempre facili con un mondo del lavoro talvolta poco sensibile alla formazione. È il caso delle banche, che da anni non accettano più alunni in stage. In altri istituti si è cominciato a studiare nelle pieghe normative per ampliare i periodi di lavoro in azienda. Si tratta ora di vedere quanto le Regioni decidano di investire in questo compito.

 

Resta il fatto che, per fare tutto questo, Istituti Tecnici e Professionali, che in passato hanno “scimmiottato” troppo i licei, debbono invece riscoprire la loro vocazione originaria, ritrovare le alleanze giuste. Laddove si lavora seriamente per recuperare i rapporti con le imprese, per meglio leggere la domanda delle comunità locali o dei processi tecnici nazionali, per ampliare le esperienze di lavoro, per innalzare i livelli di preparazione con i corsi post-diploma, per educare ad una visione positiva e umanizzante del lavoro manuale, i risultati (leggi: le iscrizioni) hanno pagato.

 

Queste sono solo opportunità e percorsi per resistere al degrado, per tenere viva la passione educativa, per cercare nelle pieghe delle norme quello che queste non danno, per non fare di questo riordino un occasione sprecata di ripresa di quello che ritengo il più importante ramo dell’istruzione e formazione giovanile oggi.

 

 



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COMMENTI
22/09/2010 - Grazie d'averlo detto, cominciavo a preoccuparmi (Umberta Mesina)

Mi riferisco a "[...] oltre al dominio italico della cultura umanistico-gentiliana che ha sempre guardato al lavoro come dimensione opposta alla cultura". Già, il problema del lavoro in Italia è un problema culturale. Questo fa anche capire perché gli appelli di Confindustria cadano nel vuoto. Perché a un quattordicenne o ai suoi genitori dovrebbe importar qualcosa degli appelli di Confindustria, se dall'altra parte - e con frequenza assai maggiore - vedono gli imprenditori dipinti come dei Mangiafuoco sfruttatori e ammazzatori di povera gente? Quanto a fare l'artigiano o l'operaio o, Dio non voglia, l'agricoltore, è quanto di meno figo si possa trovare, no? (No: ma ai ragazzi nessuno glielo racconta). In qualche anno che mi interesso di orientamento, avendo bene in mente quello che don Giussani diceva del lavoro, per me è diventato chiaro che il problema è culturale ma che sia chiaro a me conta poco. Sono contenta che qualcuno "del mestiere" cominci a scriverlo e a lavorarci! Bisogna non dimenticarsi che si parte dal singolo ragazzo o ragazza, dalla persona, insomma: e di questo "partire da" fa parte anche il racconto di quello che è il lavoro. Oggigiorno i ragazzi è difficile che possano vedere coi loro occhi come si lavora e chi lavora e dove, se la scuola non li aiuta.

 
22/09/2010 - Per guidare ci vuole la patente (enrico maranzana)

Le famiglie non capiscono "la differenza tra un biennio nei tecnici da quello dei professionali" in quanto "In tutti i curricoli dei bienni tecnici e professionali si sono inserite le stesse materie". E’ proprio vero! Chi è in grado di concepire l’immagine del mosaico se le tessere sono osservate separatamente? Sono i traguardi formativi a qualificare l’offerta, le materie sono gli strumenti, gli spazi operativi: le vernici servono sia per colorare le pareti, sia per realizzare opere d’arte. Ma è la riflessione sulle finalità formative degli istituti professionali che consente di cogliere il nodo critico dello scritto: esse non coincidono con l’integrazione nel mondo del lavoro a cui i giovani devono uniformarsi. L’orientamento del sistema scolastico, ITP compresi, è la "promozione dell’apprendimento", lo sviluppo integrale dell’uomo. Per cui, i "continui contatti tra teoria e pratica" devono essere l’occasione per il giovane per conoscere se stesso. "Passare dalla collegialità alla cooperazione professionale" è un postulato errato e fuorviante: le occasioni fornite dalla cooperazione professionale sono da sfruttare per concretizzata le strategie formative/educative CHE DEVONO ESSERE collegialmente prefigurate.