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SCUOLA/ Perché promuoviamo gli studenti ma bocciamo le persone?

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La personalizzazione, qui in sintesi per ovvie ragioni, è criterio di organizzazione del tempo e dello spazio scolastico, concretizzazione della centralità dello studente in carne ed ossa, principio metodologico di ogni elaborazione didattica, di ogni lezione, di ogni attività di valutazione, elemento distintivo della professionalità del docente. Personalizzare un piano di lavoro, per esempio, è esercitare la propria professione in modo che tutti gli studenti, come i compagni di Camus ad Algeri nella classe del maestro Bernard, possano accorgersi «di esistere e di essere oggetto della più alta considerazione: … degni di scoprire il mondo».

 

Nella scuola dei talenti, grazie alla personalizzazione, che ribadisco con Cominelli non è l’individualizzazione, il parametro per promuovere l’eccellenza non è mai la bocciatura, ma la promozione attraverso la valorizzazione dell’esistente, visibile ed invisibile, che ogni alunno venendo al mondo dispone, sempre, in modo originale, come capitale di base da sviluppare per sé e il bene comune. In altre parole, non si punta all’eccellenza bocciando; si persegue la pro-mozione, anche nel caso della bocciatura, guidando ed accompagnando tutti e ciascuno verso “l’oltre” di ognuno che non appare.

 

Bocciare è parola presa in prestito dall’esperienza dei giocatori di bocce: è colpire con una violenta bocciata la palla dell’avversario e respingerla lontano dal boccino, che spetta al vincitore. Oggi la scuola “colpisce” chi? Paradossalmente nessuno o quasi. Non perché non respinge, ma perché non promuove. A furia di lasciarsi coinvolgere per anni nell’ideologia dell’egalitarismo, fino a diventarne la prima militante, la scuola oggi, in gran parte, ritiene ancora di avere a che fare o con teste di legno vuote da riempire con il sapere, oppure con “teste ben fatte”, macchine viventi che si auto-costruiscono in base a schemi automaticamente incorporati e geneticamente predefiniti.

 

Magari non si arriva a parlare di teste di legno vuote o ben fatte. Nell’era delle tecnologie avanzate il modello con cui paragonare e ridurre l’umano è molto più sofisticato. Si parla di cervelli come computer, di intelligenza collettiva, di web umano. Il risultato rischia di essere lo stesso: non si ammette che l’insegnare e l’imparare abbiano come meta, che illumina ogni istante del cammino, la soddisfazione del cuore della persona, che è fondamentalmente “une demande de signification e d’information de plus en plus riche” (Nuttin).

 

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COMMENTI
23/09/2010 - “Abbasso l'egualitarismo e il nichilismo" (Marina Fisicaro)

Ho parlato ai miei alunni di una terza liceo classico del senso della vita, anzi, del senso dello studio. Dare senso allo studio per uno studente di quasi diciannove anni non è facile e neanche parlargli di eccellenza lo è, perché la scuola rischia di essere poco credibile agli occhi dei ragazzi, in quanto promette il diritto all’istruzione e poi li pone di fronte a scelte universitarie obbligate, come le facoltà a numero chiuso. La scuola deve preparare, istruire e formare il ragazzo, è vero ci vuole più rigore e impegno sia da parte degli alunni sia da parte degli adulti, che con i ragazzi interagiscono quotidianamente. La scuola di tutti perché la scuola di ciascuno, di questo ho parlato ai miei alunni, i quali ignoravano persino l’esistenza della scuola di Barbiana e di don Milani ma, soprattutto, ho parlato loro dei talenti, dei loro talenti… da spendere e su cui investire per il loro futuro. Un alunno alle mie parole sui talenti ha detto: io non ne ho… eppure secondo il mio modestissimo parere di insegnante egli è uno dei più bravi nella classe, uno per cui lo Stato ha fatto bene ad investire denaro. Forse è questa la paura dell’eccellenza? La paura di una scuola troppo "oppressa" dal desiderio di uguaglianza da finire per mortificare il suo significato più profondo "ognuno di noi è unico e irripetibile", un novum …e quindi una promessa per la società.

 
23/09/2010 - Un nuovo modello di scuola (Paolo Fasce)

Credo che ci si affanni dietro obiettivi sacrosanti, senza tuttavia intaccare quello che, a mio modesto giudizio, è il principale ostacolo alla vera realizzazione della scuola di tutti. L'ostacolo principale è il modello organizzativo implicito che sta dietro al contratto collettivo nazionale di lavoro. In soldoni: "ti pago poco, pretendo poco". Io immagino una scuola nella quale al pomeriggio gli insegnanti sono a scuola, la scuola è quindi abitata e vitale, dove è possibile personalizzare e individualizzare (essendomi chiare le differenze) perché ce n'è il tempo. Operativamente avanzo queste due proposte: 1) 4 ore pomeridiane obbligatorie per gli insegnanti a scuola, espandibili (secondo il merito) a 8 o 12 (si veda la "Sfida sul merito" del Comitato Precari Liguri della Scuola: http://precariliguria.blog.kataweb.it/2009/07/23/sfida-sul-merito-e-4/). 2) Il passaggio alla classe successiva anche con debiti formativi che restino sulla carta e che contribuiscano a formare il credito dell'Esame di Stato (se ti interessa il pezzo di carta, evitiamo la farsa del 6 regalato; se ti interessa la tua promozione, si preveda, per i casi più gravi, un "anno integrativo" dove colmare le lacune pregresse e si prevedano percorsi di rientro in itinere per sanare ciò che si è perso per strada (onde evitare l'"anno integrativo"), anche con collegi di esame ampi, che evitino battaglie fra quello studente e quell'insegnante).

 
23/09/2010 - Parole, parole, parole ..soltanto parole (enrico maranzana)

Tante, tante belle parole - ma come si fa? Guardiamo in faccia alla realtà: a) "Si ritiene di avere a che fare o con teste di legno vuote": i regolamenti di riordino e, in particolare, gli obiettivi dell’apprendimento (il cui significato dottrinale viene stravolto nei documenti ministeriali) grondano di conoscenza; b) "La classe viene guidata a pensarsi ed agire da équipe impegnata in un lavoro culturale": è l’enunciazione del fondamento dei decreti delegati del 74 e dall’art. 1 del DPR sull’autonomia. Se effettivamente si vuole personalizzare il servizio scolastico si devono abbandonare le enunciazioni teoriche e additare, smascherandolo, l’anarchico; c) "L’eccellenza non si promuove con la bocciatura": è sufficiente leggere il paragrafo valutazione dei POF per apprezzare il livello dell’utopia. Anche in questo caso tacere è colposo; d) "une demande de signification e d’information de plus en plus riche": perché non ci si ricerca il motivo per cui i bambini, che fino a sei anni sono curiosi di tutto e continuano a porre domande, spengono piano piano la luce dei loro occhi e perdono ogni l’interesse? Sarebbe necessario non dimenticare che la personalizzazione dell’insegnamento richiede un capovolgimento della gestione della classe. La didattica di Gesù, che sollecitava la riflessione ponendo gli interlocutori di fronte a situazioni loro familiari, stimoli opportunamente mirati, potrebbe essere un’adeguata risposta.

RISPOSTA:

Sì, parole, ma che attestano un’esperienza contro le analisi elaborate nell’ufficio degli scettici. Parole che documentano una speranza per poter di nuovo riaprire le aule anche stamattina. Segni che indicano che è possibile una gestione diversa della classe secondo l’arte della personalizzazione. Ecco le mie parole: appunti di un modo di fare scuola in atto. Almeno in certe parti. Venga sig. Maranzana a vedere nella mia scuola e, se ha tempo, venga con me in certe scuole, in certi corsi. Vedrà anche persone che sanno imparare e praticare quella che lei chiama “didattica di Gesù”. Così come possono, senza appellarsi al già detto dagli ordinamenti, al già sperimentato, ma fallito. Certo, non è tutta la scuola. Ma vogliamo riconoscere che c’è gente che nella scuola italiana guarda in faccia tutta la realtà (non solo i foruncoli e le brutture) e tira su le maniche perché l’eccellenza sia di tutti e di ciascuno? Rosario Mazzeo