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SCUOLA/ Perché promuoviamo gli studenti ma bocciamo le persone?

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Molto spesso, nella teoria e nella pratica del “fare scuola”, viene “bocciata” proprio la persona, le cui dimensioni sono respinte sia nella globalità dei suoi fattori sia nella concretezza dei suoi elementi, quando, per esempio, vengono percepite e affermate secondo logiche psicologistiche, pedagogistiche, economicistiche, burocratiche. Dico “in gran parte” e “molto spesso”, perché non mancano le reazioni costruttive e le testimonianze positive. Ci sono docenti e scuole che sanno “colpire” e promuovere eccellenza. Dove? Come? Quando?

 

In aula, per esempio, quando un insegnante pensa e agisce da persona “spingendo” gli alunni “oltre” il sonnambulismo e l’esuberanza ludica, coinvolgendo chiunque, tenacemente, giorno dopo giorno, nell’avventura della conoscenza del reale. Quando la classe viene guidata a pensarsi ed agire da équipe impegnata in un lavoro culturale, per cui, per esempio, passa dal sistema dell'indifferenza al movi­mento della compromissione nel lavoro, dalla noia all’interesse, dal bullismo alla stima vicendevole. Più volte, nell’esperienza mia e di tanti colleghi, nella mia e in altre scuole, ho notato che quando il docente “si compromette”, la classe diventa più facilmente un luogo di tutti e di ciascuno, perché tutti, anche quelli che sembrano privi di un centesimo di talento, sono invitati, guidati ed accompagnati a scegliere, ad “osare”, a “spingersi oltre” la combriccola, di cui parla Kierkegaard, per far parte attiva della comunità di apprendimento sperimentando il coraggio e la possibilità di dire: “Io”.  

 

Dunque il paradigma da adottare per coniugare l’eccellere di ogni alunno è personalizzare, cioè fare  in modo che tutti e ciascuno si pensino ed agiscano da persona, lavorando non semplicemente per, ma con l’alunno, con questo alunno, cooperando (realmente, non per finta e quietamento burocratico) con gli altri docenti, con i genitori e le altre agenzie educative.

 

Non è facile, ma è possibile. Certo, non è garantito. L’ora di lezione del docente che pratica l’arte della personalizzazione è l’ora del rischio, ovvero dell’esercizio della libertà e della ragione, impegno paziente di cervello e di cuore. Un simile docente non è Don Chisciotte contro i mulini a vento. È piuttosto simile all’eroe di Sinjavskij dei Pensieri improvvisi: ogni mattina, entrando in classe, sul muro dello statalismo, impastato di burocrazia e sindacalismo, scrive con l’essere, il fare e il dire: «Abbasso la dittatura dell’egalitarismo e del suo compare e padrone, il nichilismo. Viva l’eccellenza della scuola e di ciascuno alunno». Un simile docente ha bisogno del contributo di tutti. Non può essere lasciato solo, misconosciuto, in-distinto, quasi generico impiegato, badante statalizzato delle nuove generazioni.

 

 



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COMMENTI
23/09/2010 - “Abbasso l'egualitarismo e il nichilismo" (Marina Fisicaro)

Ho parlato ai miei alunni di una terza liceo classico del senso della vita, anzi, del senso dello studio. Dare senso allo studio per uno studente di quasi diciannove anni non è facile e neanche parlargli di eccellenza lo è, perché la scuola rischia di essere poco credibile agli occhi dei ragazzi, in quanto promette il diritto all’istruzione e poi li pone di fronte a scelte universitarie obbligate, come le facoltà a numero chiuso. La scuola deve preparare, istruire e formare il ragazzo, è vero ci vuole più rigore e impegno sia da parte degli alunni sia da parte degli adulti, che con i ragazzi interagiscono quotidianamente. La scuola di tutti perché la scuola di ciascuno, di questo ho parlato ai miei alunni, i quali ignoravano persino l’esistenza della scuola di Barbiana e di don Milani ma, soprattutto, ho parlato loro dei talenti, dei loro talenti… da spendere e su cui investire per il loro futuro. Un alunno alle mie parole sui talenti ha detto: io non ne ho… eppure secondo il mio modestissimo parere di insegnante egli è uno dei più bravi nella classe, uno per cui lo Stato ha fatto bene ad investire denaro. Forse è questa la paura dell’eccellenza? La paura di una scuola troppo "oppressa" dal desiderio di uguaglianza da finire per mortificare il suo significato più profondo "ognuno di noi è unico e irripetibile", un novum …e quindi una promessa per la società.

 
23/09/2010 - Un nuovo modello di scuola (Paolo Fasce)

Credo che ci si affanni dietro obiettivi sacrosanti, senza tuttavia intaccare quello che, a mio modesto giudizio, è il principale ostacolo alla vera realizzazione della scuola di tutti. L'ostacolo principale è il modello organizzativo implicito che sta dietro al contratto collettivo nazionale di lavoro. In soldoni: "ti pago poco, pretendo poco". Io immagino una scuola nella quale al pomeriggio gli insegnanti sono a scuola, la scuola è quindi abitata e vitale, dove è possibile personalizzare e individualizzare (essendomi chiare le differenze) perché ce n'è il tempo. Operativamente avanzo queste due proposte: 1) 4 ore pomeridiane obbligatorie per gli insegnanti a scuola, espandibili (secondo il merito) a 8 o 12 (si veda la "Sfida sul merito" del Comitato Precari Liguri della Scuola: http://precariliguria.blog.kataweb.it/2009/07/23/sfida-sul-merito-e-4/). 2) Il passaggio alla classe successiva anche con debiti formativi che restino sulla carta e che contribuiscano a formare il credito dell'Esame di Stato (se ti interessa il pezzo di carta, evitiamo la farsa del 6 regalato; se ti interessa la tua promozione, si preveda, per i casi più gravi, un "anno integrativo" dove colmare le lacune pregresse e si prevedano percorsi di rientro in itinere per sanare ciò che si è perso per strada (onde evitare l'"anno integrativo"), anche con collegi di esame ampi, che evitino battaglie fra quello studente e quell'insegnante).

 
23/09/2010 - Parole, parole, parole ..soltanto parole (enrico maranzana)

Tante, tante belle parole - ma come si fa? Guardiamo in faccia alla realtà: a) "Si ritiene di avere a che fare o con teste di legno vuote": i regolamenti di riordino e, in particolare, gli obiettivi dell’apprendimento (il cui significato dottrinale viene stravolto nei documenti ministeriali) grondano di conoscenza; b) "La classe viene guidata a pensarsi ed agire da équipe impegnata in un lavoro culturale": è l’enunciazione del fondamento dei decreti delegati del 74 e dall’art. 1 del DPR sull’autonomia. Se effettivamente si vuole personalizzare il servizio scolastico si devono abbandonare le enunciazioni teoriche e additare, smascherandolo, l’anarchico; c) "L’eccellenza non si promuove con la bocciatura": è sufficiente leggere il paragrafo valutazione dei POF per apprezzare il livello dell’utopia. Anche in questo caso tacere è colposo; d) "une demande de signification e d’information de plus en plus riche": perché non ci si ricerca il motivo per cui i bambini, che fino a sei anni sono curiosi di tutto e continuano a porre domande, spengono piano piano la luce dei loro occhi e perdono ogni l’interesse? Sarebbe necessario non dimenticare che la personalizzazione dell’insegnamento richiede un capovolgimento della gestione della classe. La didattica di Gesù, che sollecitava la riflessione ponendo gli interlocutori di fronte a situazioni loro familiari, stimoli opportunamente mirati, potrebbe essere un’adeguata risposta.

RISPOSTA:

Sì, parole, ma che attestano un’esperienza contro le analisi elaborate nell’ufficio degli scettici. Parole che documentano una speranza per poter di nuovo riaprire le aule anche stamattina. Segni che indicano che è possibile una gestione diversa della classe secondo l’arte della personalizzazione. Ecco le mie parole: appunti di un modo di fare scuola in atto. Almeno in certe parti. Venga sig. Maranzana a vedere nella mia scuola e, se ha tempo, venga con me in certe scuole, in certi corsi. Vedrà anche persone che sanno imparare e praticare quella che lei chiama “didattica di Gesù”. Così come possono, senza appellarsi al già detto dagli ordinamenti, al già sperimentato, ma fallito. Certo, non è tutta la scuola. Ma vogliamo riconoscere che c’è gente che nella scuola italiana guarda in faccia tutta la realtà (non solo i foruncoli e le brutture) e tira su le maniche perché l’eccellenza sia di tutti e di ciascuno? Rosario Mazzeo