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UNIVERSITA’/ È realmente possibile una riforma senza oneri per lo stato?

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L'articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola

 


È uscito senza scossoni dal Senato e ora è al vaglio della commissione cultura della Camera presieduta da Valentina Aprea. Il disegno di legge con cui il ministro Mariastella Gelmini promette di portare nel sistema di istruzione italiano quella “rivoluzione del merito” di cui parla dall’inizio del suo mandato sta per giungere alla prova dell’università. Le risorse non mancheranno, prometteva il ministro solo pochi mesi fa «nel quadro però – precisava – di una riforma complessiva che metta finalmente ordine alla gestione spesso disinvolta a cui abbiamo assistito negli ultimi anni».


Aspettando il ddl rivisto dalla Camera, quello che è certo sono i tagli, preoccupanti soprattutto per quanto riguarda il 2011. La riduzione del Fondo di funzionamento ordinario delle università per il 2010 è stata di 279 milioni di euro (comunicata ufficialmente solo a metà settembre) rispetto al 2009 (-3,72 per cento). Mentre per il 2011 e il 2012 la riduzione prevista sarà rispettivamente di 1,355 miliardi e 1,433 miliardi. Complessivamente l’assegno staccato dallo Stato per l’università era di 7,485 miliardi nel 2009, è di 7,206 miliardi nel 2010 e sarà di 6,130 miliardi nel 2011 e 6,052 nel 2012. In questi calcoli non sono compresi i proventi dello scudo fiscale che erano stati promessi all’università ma che sono ancora nella disponibilità della presidenza del Consiglio.


Nel ddl in cui una delle espressioni più ricorrenti, va da sé, è «senza oneri per lo Stato», le novità riguardano due macro aree del mondo universitario italiano: il reclutamento dei docenti e la cosiddetta governance, ossia la struttura organizzativa di ogni singolo ateneo. Trasversale a tutte le aree tematiche c’è poi il tema del merito e della valutazione dei risultati, siano essi della didattica, della ricerca o dell’università in generale.

 

Addio al ricercatore a vita


Scompare la figura del ricercatore a tempo indeterminato. La parola fine sul precariato a vita, secondo Mariastella Gelmini; uno schiaffo a chi ha dato la vita per la ricerca, secondo chi la contesta. Stando al testo approdato alla Camera (e per ciò stesso ampiamente emendabile) si apprende che l’università che voglia tirare su i cervelli meritevoli avrà la possibilità di assumerli per tre anni, al termine dei quali i ricercatori saranno valutati in base alla propria produzione scientifica, e poi per altri tre anni.

 

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