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UNIVERSITA’/ È realmente possibile una riforma senza oneri per lo stato?

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A quel punto si potrà accedere a una valutazione fatta su base nazionale (l’abilitazione scientifica nazionale, che corrisponde a quelle che furono le idoneità), per accedere al posto di professore associato.


I problemi che si aprono sono diversi: chi garantisce che il nuovo sistema non si tradurrà in una discriminazione dei ricercatori già presenti in università a scapito dei nuovi? E che fine farà l’attuale fascia di ricercatori a tempo indeterminato? Si potrebbe pensare a idoneità nazionali riservate, per un numero di posti comunque inferiore al numero di ricercatori in servizio, a cui dovrebbe seguire una chiamata diretta da parte delle facoltà.


Al netto di questo importante nodo da sciogliere (e da finanziare), il nuovo sistema è positivo secondo il professor Elio Franzini, preside della facoltà di Lettere e filosofia alla Statale di Milano. «Stabilisce due fasce di docenza, un percorso per la carriera dei ricercatori a tempo determinato che è formalmente corretto», spiega a Tempi. «Prevedere un’abilitazione nazionale e concorsi locali è una soluzione ottima e corretta, come peraltro la percentuale di docenti che non provengono dalla sede che chiama. L’istituzione dei ricercatori a tempo determinato, con la messa ad esaurimento dell’attuale fascia dei ricercatori a tempo indeterminato, è un’ottima idea. Le criticità, però, ci sono, e si riconnettono al consueto problema dei finanziamenti».

 

Modello azienda?


Il sistema ha invece un vizio di principio secondo Paola Potestio, ordinario di Economia all’Università di Roma Tre e autrice di un interessante libro sugli ultimi dieci anni dell’università italiana pubblicato per Rubbettino (L’università italiana: un irrimediabile declino?). «L’abilitazione nazionale – spiega a Tempi – mi preoccupa. Un’abilitazione a numero aperto non risolve il problema delle pressioni e degli scambi che ci sono stati nel sistema in questi anni e che hanno eliminato ogni vera selezione.

 

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