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SCUOLA/ Cosa c'entrano le emozioni con docenti, studenti e programmi?

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I giovani d’oggi scatole nere sì, scatole nere no. Due, a nostro avviso, gli ordini di problemi.

 

Il primo. I giovani d’oggi (considerando insieme adolescenza, preadolescenza e infanzia senza confonderle) vogliono essere presi sul serio ed essere stimati; la loro mente rimane aperta all'universo; il loro desiderio distingue e riconosce istintivamente il vero dall’artificioso, la giustizia dall’ingiustizia, il bene dall’utile, il bello dal brutto. Il nucleo antropologico è un nucleo intatto. È quello della persona, non solo del soggetto e meno ancora dell’individuo. I ragazzi d’oggi, dunque, sono conoscibilissimi, a maggior ragione per il fatto che, tutto ciò che fanno o non fanno, pensano o non arrivano a pensare, sentono o non immaginano di poter sentire, giudicano o non giudicano, tutto in loro - nel bene e nel male - è segno di come e quanto questo nucleo si sia o meno sviluppato, e sia o meno diventato capace di dialogare, di competere e di contrapporsi agli imperativi categorici dell’economia, della società, dei media, della mentalità diffusa.


Tutti i problemi sorgono un istante dopo. Ad esempio prendere sul serio le loro gioie, le loro tristezze, i loro successi o le loro difficoltà, fino a prendere sul serio loro stessi, fa vibrare immediatamente le corde della percezione, ch’essi hanno, di essere persona unica, intangibile, inalienabile, sublime. Eppure nell’istante successivo, quando realizzare tale percezione richiederebbe la consapevolezza e il coraggio di scelte decise reiterate nel tempo e la responsabilità di sé, dei propri pensieri e delle proprie azioni, allora essi vengono meno. Quel nucleo, pur intatto, non emerge e non viene tirato fuori, non cresce, non fiorisce, non dà frutto.


Perché? Perché la possibilità ch’esso fiorisca sta tutta in un processo educativo in atto, inteso nei suoi pilastri portanti: quello disciplinare (la conoscenza fino alla maestria della propria materia d’insegnamento); quello didattico (la conoscenza completa degli strumenti attualmente a disposizione, da quelli tradizionali a quelli digitali, di traduzione-tradizione del sapere proprio al sapere dell’altro); quello antropologico (la conoscenza fino al dettaglio della struttura umana, che nel processo educativo deve potersi modificare per crescere fino alla capacità generativa); infine – the last but not the least – quello della professione docente: sia la conoscenza motivata dei tratti distintivi del ruolo docente (in primo luogo la consapevolezza ed esperienza del senso in-segnato; in secondo luogo l’autorevolezza, perché il docente in-segna, e non è ricercatore tra pari; e in terzo luogo la capacità educativa o di generazione nello studente dell’attitudine abituale alla verifica personale ed esistenziale del senso in-segnato), sia la possibilità e le modalità di acquisizione delle relative competenze.


Fin qui tutti o quasi potrebbero convenire. Ciò che invece in genere manca nell’attuale dibattito educativo è il come gli innumerevoli problemi, che i docenti si trovano ad affrontare quotidianamente, siano risolvibili in quest’ottica e perché.

 

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COMMENTI
17/10/2010 - Da un'insegnante gioiosamente in pensione (luisella martin)

L'articolo é troppo difficile da capire per me, la giornalista usa un linguaggio difficile, sembrerebbe non desiderare farsi capire del tutto... Ecco che appare il primo interrogativo: siamo sicuri che gli insegnanti vogliano insegnare?, siamo sicuri che gli educatori vogliano educare? Io dico che la risposta non è ovvia e lo dico pensando alla mia esperienza. Dovendo spiegare cosa fosse il numero irrazionale in un liceo mi preparai con molta cura e feci una lezione ricca di esempi, di notizie storiche nel silenzio generale. Al termine chiesi: avete capito? Il silenzio generale continuò... Ero preoccupata di fare bella figura, non di insegnare! Del resto più volte, nel corso degli anni, i colleghi hanno criticato le mie strategie didattiche facendomi notare che gli alunni, le famiglie, l'istituzione scolastica non meritavano i miei sforzi... evidentemente anche molti di loro erano preoccupati di cose diverse, non di insegnare! Vorrei dire a M. Cervi che noi abbiamo un metodo sicuro per capire cosa pensano gli alunni di qualunque età: basta che ci ricordiamo di quando eravamo seduti noi sui banchi di scuola... Forse, però, bisogna diventare vecchi per tornare bambini.

 
27/09/2010 - In trincea! (enrico maranzana)

Il campo del problema è stato illuminato dai seguenti assunti: 1) "il processo educativo nei suoi pilastri portanti fornisce la soluzione alle difficoltà educative"; 2) "Educare .. condurre fuori la persona, che esiste in nuce, fino alla sua maturità" [dal sito R.E.I.S. dell'articolista]; 3) "Le soluzioni sono da declinare più o meno faticosamente nel proprio contesto". All'indicazione della direzione del cambiamento, però, non segue un'ipotesi di lavoro ma un'idea rinunciataria: "solo un sistema potrà garantire quelle condizioni istituzionali, ordinamentali, organizzative, amministrative" può rendere possibile l'innovazione. Perché sottrarre gli operatori scolastici dalle loro responsabilità? Si potrebbero e dovrebbero affrontare i seguenti nodi: a) gestire la classe (numerosa) abbandonando la stantia lezione cattedratica, sostituendola con nuovi, efficaci e coinvolgenti modalità didattiche; b) percepire e affrontare il problema educativo/formativo come problema dell’intera scuola, utilizzando gli esistenti spazi di collegialità, c) porre la progettualità a fondamento del servizio; d) valorizzare gli errori compiuti dagli studenti come fonte di informazione per governare i processi di apprendimento, apprendimento che non è sinonimo di "imparamento".