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SCUOLA/ Cosa c'entrano le emozioni con docenti, studenti e programmi?

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Facciamo un esempio. Niente soddisfa i ragazzi se non nell’istante, da qui la continua necessità di trovare qualche cosa di nuovo ed eccitante, per cacciare la noia. Poi: i ragazzi non rispondono delle proprie azioni; è venuta meno la capacità di responsabilità personale. Oppure: non esistono più rapporti duraturi nei quali abbiano imparato a stare dentro, a fidarsi e a maturare. Infine: i ragazzi, fuori da un rapporto dal quale solo possa venire un bene, ricercano e identificano il bene con quanto viene loro proposto dall’industria mediatica. Tutto vero. Ciò che però facciamo fatica a cogliere è come tutti questi problemi non siano tra loro distinti e quindi da affrontare separatamente, ma costituiscano volti diversi di un unico problema, in questo caso di un’unica dinamica, quella emotiva (antropologicamente intesa, non psicologicamente interpretata), che a sua volta è elemento essenziale di un modello antropologico, che la contempla insieme ad altri.

 

Infatti la noia è la risposta negativa di un’intelligenza sulla realtà, che si chiede, se ciò che ha di fronte risponde al proprio bisogno o no. La risposta opposta alla stessa domanda quale sarebbe? Il piacere di imparare; la soddisfazione di diventare capaci di qualcosa di nuovo; la squisitezza di un libro letto; il gusto del sapere. Gusto-noia nascono da una stessa domanda, che se correttamente educata porta, nel prosieguo della stessa dinamica e attraverso diversi stadi di sviluppo intermedi, all’ulteriore domanda: colui che ho di fronte risponde al mio bisogno di essere voluto, di essere voluto bene, di essere amato, di essere stimato?


La risposta positiva è costituita dalle innumerevoli modalità di relazionalità positiva (chi parla la lingua italiana ne concettualizza quarantuno), mentre la risposta negativa è costituita dalle innumerevoli modalità di relazionalità negativa (chi parla la lingua italiana ne concettualizza quarantanove).


Nuovamente nel prosieguo della stessa dinamica e attraverso ulteriori stadi di sviluppo, l’essere umano, giovane o meno che sia, arriva a percepire il bene, che solo può provenire dal bello, dal vero e dal giusto, imparando quotidianamente, se sollecitato a farlo (qui però voltiamo lo sguardo sul versante della professione docente) a distinguerlo da un bene solo apparente, perché di diversa provenienza. La dinamica emotiva nel suo completo sviluppo arriva infatti alla capacità morale. Chi poi sappia connettere tale dinamica a un’ulteriore elemento antropologico, quello della volontà, educa alla responsabilità, che altro non è che rispondere alla realtà perseguendo il bene conosciuto.

 

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COMMENTI
17/10/2010 - Da un'insegnante gioiosamente in pensione (luisella martin)

L'articolo é troppo difficile da capire per me, la giornalista usa un linguaggio difficile, sembrerebbe non desiderare farsi capire del tutto... Ecco che appare il primo interrogativo: siamo sicuri che gli insegnanti vogliano insegnare?, siamo sicuri che gli educatori vogliano educare? Io dico che la risposta non è ovvia e lo dico pensando alla mia esperienza. Dovendo spiegare cosa fosse il numero irrazionale in un liceo mi preparai con molta cura e feci una lezione ricca di esempi, di notizie storiche nel silenzio generale. Al termine chiesi: avete capito? Il silenzio generale continuò... Ero preoccupata di fare bella figura, non di insegnare! Del resto più volte, nel corso degli anni, i colleghi hanno criticato le mie strategie didattiche facendomi notare che gli alunni, le famiglie, l'istituzione scolastica non meritavano i miei sforzi... evidentemente anche molti di loro erano preoccupati di cose diverse, non di insegnare! Vorrei dire a M. Cervi che noi abbiamo un metodo sicuro per capire cosa pensano gli alunni di qualunque età: basta che ci ricordiamo di quando eravamo seduti noi sui banchi di scuola... Forse, però, bisogna diventare vecchi per tornare bambini.

 
27/09/2010 - In trincea! (enrico maranzana)

Il campo del problema è stato illuminato dai seguenti assunti: 1) "il processo educativo nei suoi pilastri portanti fornisce la soluzione alle difficoltà educative"; 2) "Educare .. condurre fuori la persona, che esiste in nuce, fino alla sua maturità" [dal sito R.E.I.S. dell'articolista]; 3) "Le soluzioni sono da declinare più o meno faticosamente nel proprio contesto". All'indicazione della direzione del cambiamento, però, non segue un'ipotesi di lavoro ma un'idea rinunciataria: "solo un sistema potrà garantire quelle condizioni istituzionali, ordinamentali, organizzative, amministrative" può rendere possibile l'innovazione. Perché sottrarre gli operatori scolastici dalle loro responsabilità? Si potrebbero e dovrebbero affrontare i seguenti nodi: a) gestire la classe (numerosa) abbandonando la stantia lezione cattedratica, sostituendola con nuovi, efficaci e coinvolgenti modalità didattiche; b) percepire e affrontare il problema educativo/formativo come problema dell’intera scuola, utilizzando gli esistenti spazi di collegialità, c) porre la progettualità a fondamento del servizio; d) valorizzare gli errori compiuti dagli studenti come fonte di informazione per governare i processi di apprendimento, apprendimento che non è sinonimo di "imparamento".