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SCUOLA/ Cara Ribolzi, è stata la finta qualità a creare un mare di precari

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Ad un certo punto, qualcuno prese a dire che i concorsi erano una lotteria, e i governanti, invece di rivederne i meccanismi, magari cambiando le norme sul reclutamento, cominciarono a diradarli, fino quasi ad abolirli. Il resto è storia e cronaca, e le analisi del Censis, ricordate da Luisa Ribolzi, impietosamente ce lo ricordano.


Insieme alle analisi, ora volano le accuse, che vedono imputati i governanti, i sindacati, la scuola, ed in essa i docenti. Dei governanti si è già detto: posti dinnanzi al decremento demografico e alla disoccupazione intellettuale che cercava sfogo e spazi dentro una scuola sempre meno accogliente, non hanno saputo apprestare idonei interventi a rimedio. I sindacati, da che mondo è mondo, fanno gli interessi dei lavoratori e non sempre li conciliano con quelli generali.


Nell'elenco dei colpevoli compare anche la scuola, ed in essa e per essa gli insegnanti. Esiste al riguardo una robusta corrente di pensiero, chiamiamola così, che formula l'accusa secondo cui lo sviluppo del sistema scolastico ha mirato a creare posti di lavoro per i docenti più che a migliorare la qualità dell'insegnamento. E prosegue affermando che le innovazioni introdotte negli ultimi decenni, tra cui la scuola a tempo pieno e l'organizzazione modulare, non sono servite a migliorare la qualità dell'insegnamento, ma solo ad aumentare i posti di lavoro.


E' facile constatare che è vera la seconda affermazione e opinabile e azzardata la prima. E che, senza adeguate preventive verifiche, è stata dichiarata l'insignificanza di alcune importanti innovazioni, dopo di che si è deciso di abolirle, col dichiarato intento di recuperare i tratti della perduta qualità dal sapore antico. Ci sarebbe da una parte chi parla di qualità, ma produce soltanto occupazione, e c'è dall'altra chi, sempre parlando di qualità, produce disoccupazione e incrementa le schiere dei precari.



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COMMENTI
26/04/2012 - Nobel 2 (Luigi Murtas)

Sì, forse il Nobel per la chiarezza a Uras lo darei, ma non certo quello per l'amore alla Chiesa e al Vescovo, considerati gli inverecondi attacchi che periodicamente ha sferrato contro il nostro beneamato arcivescovo mons. Mani sia dalle colonne dell'Unione Sarda che da quelle del periodico on line "Cresia". Quest'ultimo (in sardo "Chiesa", è stato fondato da un gruppetto di dissidenti della Diocesi di Cagliari con lo scopo precipuo di attaccare sistematicamente il Vescovo e di presentarlo in una cattiva luce, accusnadolo di ogni nefandezza con calunnie di ogni genere e specie. Calunnie che riversavano (e riversano) abbondantemente e con gusto anche su alcuni malcapitati sacerdoti della nostra Diocesi, colpevoli solo di fare il proprio dovere e di essere fedeli alla Chiesa, al Papa e al Vescovo della Diocesi. Mi è molto dispiaciuto trovare la sua firma anche tra i collaboratori del Sussidiario. Per fortuna i suoi contributi non vanno oltre il 2010 (combinazione: proprio l'anno in cui è venuto alla luce il gruppetto antivescovo, che proprio l'estate di quell'anno organizzò e perpetrò un vero e proprio agguato a mons. Mani). Spero di non trovare più i suoi articoli sul Sussidiario.

 
30/09/2010 - Il Nobel (Franco Labella)

Ci fosse un Premio Nobel per la chiarezza di analisi, Uras lo vincerebbe sicuro. In attesa che lo istituiscano, posso solo, per il poco che vale, trasmettergli il mio plauso. Come condensare in poche e verificabili affermazioni il succo di un discorso che fa giustizia di letture affrettate, superficiali ad opera dei tuttologi che non hanno alcuna dimestichezza col pianeta scuola. E, se non fosse chiaro, non mi riferisco certo all'articolo della prof.ssa Ribolzi. Mi riferisco invece a quelli che, a proposito ad esempio del modulo, continuano a scrivere che quel segmento di scuola non ce lo invidiasse nessuno e che tutto si giustificasse con la necessità di dare lavoro a docenti col posto fisso a rischio. E lo fanno anche gli ultimi esperti ingaggiati dal Ministro Gelmini. In proposito ho un piccolo aneddoto da raccontare: l'anno scorso in una scuola primaria napoletana con la quale collaboro è arrivata una delegazione europea. Tra l'altro esperti e docenti inglesi e turchi. Questi ultimi erano soprattutto interessati al modulo che sembra vogliano introdurre nel loro sistema scolastico. Questo, per lo meno, hanno raccontato durante l'incontro. Con somma meraviglia hanno appreso dalla Dirigente che l'innovazione era stata eliminata in favore del maestro unico. Pregasi astenersi dalla facila ironia sulla Turchia e sul suo sistema scolastico. Si farebbero interessanti scoperte a studiarlo.

 
30/09/2010 - Tutto è precario nella casa che crolla (enrico maranzana)

La situazione precaria di molti lavoratori della scuola è una problematica che non può essere affrontata decontestualizzandola, senza aver come sicuro riferimento l’organicità e l’unitarietà del sistema formativo/edu/d’istr. Essa nasce, anche e soprattutto, per la mancanza di un’adeguata cultura dell’amministrare: "Occorre un supplente" è scritto, "per assicurare continuità al lavoro didattico"... continuità di che cosa? Della lettura e della ripetizione del libro di testo? La società non è più quella d’inizio novecento dove tutto era immobile e la soluzione di tutti i problemi si trovava in libreria. La trasmissione della conoscenza non rappresenta più il traguardo istituzionale: l’apprendimento, inteso come promozione di capacità e di competenze, caratterizza (dovrebbe caratterizzare) la vita delle scuole al passo con i tempi. La questione del precariato implica la ridefinizione della funzione docente che si sostanzia nella progettazione di percorsi d’apprendimento, nell’utilizzo delle occasioni fornite dalle discipline come palestre del lavoro scolastico, lavoro che "richiede di essere attentamente programmato". Anche qui è bene essere precisi ricordando che il significato di programmazione include la finalizzazione (apprendimento), l’unitarietà (tutta la scuola partecipa), piani coordinati di intervento, il controllo (gestione degli scostamenti tra attese e risultati, in itinere). Se il lavoro scolastico fosse programmato si troverebbero più modalità per le sostituzioni.