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SCUOLA/ Come aprire la "scatola nera" dei ragazzi generazione-Twitter?

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Una scatola nera, li ha definiti Cominelli in un precedente articolo. Si riferiva ai ragazzi che fra qualche giorno varcheranno i portoni delle nostre scuole e con passo più o meno strascicato si avvicineranno ai banchi in classe. Con in testa vecchie e nuove geometrie da costruire. Buono il termine scatola nera, perché se ci pensiamo bene contiene in sé contemporaneamente la descrizione del problema (una certa inconoscibilità), ma anche la sua possibile soluzione. In termini tecnici aeronautici la scatola nera è quello strumento che custodisce in sé dati preziosissimi utili a far luce su un disastro.

Allo stesso modo i ragazzi: possiamo capirli non solo osservandoli o descrivendoli, ma interpellandoli. Ossia ascoltando cosa hanno da dire, partendo però da una certezza: che non sono scatole vuote. Appunto. Allora partiamo da come generalmente, e l’avverbio è d’obbligo, si presentano a noi. Innanzitutto se sono chiamati “nativi digitali” dai sociologi un motivo deve pur esserci: le nuove tecnologie hanno decisamente caratterizzato lo stile di vita, e influenzato i sistemi di pensiero, di questa generazione di giovani.

Sono i giovani delle e-mail, dei blog e delle chat, di MSN, di Facebook e di Twitter, di un’accelerazione senza precedenti. La diffusione e l’uso estensivo, se non addirittura esclusivo, della messaggistica on-line ha messo prepotentemente a tema la questione dell’immediatezza. Botta-risposta, azione-reazione: tutto accade in tempo reale, on line. La messaggistica istantanea richiede risposte immediate, poco elaborate e semplicistiche; risposte che sono a scapito di forma, sintassi e contenuto. Spesso si tratta di messaggi che hanno valore in sé, in quanto messaggi, indipendentemente dal contenuto che veicolano, spesso infatti assente.

I famosi squilli o trilli del cellulare hanno questa funzione rassicurante, si fanno garanti dell’esistenza di una qualche forma di rapporto, reale o presupposto fa poca differenza. A seguito di questa immediatezza diventata forma del rapporto, apparentemente niente dura, niente soddisfa se non nell’istante. Nasce pertanto la continua necessità di trovare qualcosa di nuovo, di eccitante che è sempre in un altrove indefinito per scacciare la così diffusa esperienza della noia.

L’esaltazione di un istante privo di passato e di futuro nel quale vengono anche meno le conseguenze per gli atti compiuti è il risultato logico ed esistenziale dello smarrimento della concezione di rapporto. Il tempo infatti si ritrova parcellizzato e isolato nella sua precarietà proprio perché cessa di far parte di un continuum di rapporto. È solo dentro una concezione di rapporto in cui il soggetto si muove col proprio altro per un reciproco beneficio che il tempo assume il suo significato. Il tempo è, infatti, il tempo del rapporto.

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COMMENTI
10/09/2010 - luogo e non-luogo (Daniela Notarbartolo)

(Leggo e mi monta la nostalgia per gli studenti, ora che sto ad altri incarichi) La più grande sfida per il prof. è proprio fare di un non-luogo, dove si trovano per caso individui slegati e indifferenti, un luogo reale: ce ne sono così pochi! Un luogo perché ha una continuità nel tempo, e in quel tempo bisogna che avvenga qualcosa, per ciascuno di quei ragazzi. Forse la classe è ancora uno dei pochi posti della società di oggi dove si può capire cosa è il rapporto fra persone, sempre che il primo interesse di chi guida sia di fare lui e far fare agli altri questa insostituibile esperienza. Buon anno a tutti i colleghi.

 
09/09/2010 - Ebbene sì, io a 50 anni taggo! (Sergio Palazzi)

Jovanotti voleva un posto "dove le regole non esistono esistono solo le eccezioni". Era l'ombelico del mondo; non ho mai capito se fosse troppo concentrato sul proprio medesimo ombelico, nè se fosse conscio di aver detto un simpatico ossimoro o ci credesse davvero. Tuttavia il messaggio che passa è quello di dover essere tutti alternativi, cioè tutti uguali, libertà obbligatoria. Sono d'accordo, tra le cose che servono per essere percepiti "diversi" c'è l'essere "curato e gradevole nella presentazione di sé", quando le sale insegnanti sono un campionario di sciatteria ed i banchi un catalogo delle penultime o terzultime mode di MTV. La "riaffermazione della dignità del luogo-scuola", già. Ci aggiungiamo, usare un linguaggio attento e "pulito" quando il turpiloquio è accettato e non si nota? Memorabili gli aneddoti di "sai quella volta che al prof X è scappata una parolaccia", per contrasto con gli altri che le hanno sempre in bocca. Ed è positivo se "loro" notano che il tuo linguaggio cambia stando in aula, in birreria o in gita scolastica. Ma, e anche qui sono d'accordo, senza ostentare la propria differenza come qualcosa di inevitabile e definitivo, come i prof carogna di certi film: se no, si chiudono i canali di comunicazione. Scambiare sms e mail con gli studenti, ma mai abusarne, e se si passa a fb l'abuso diventa facile. E... ah, ehm, dimenticavo... su Twitter sono CanonF1... mi metti il follow? voglio restare sempre in contatto... ;)

 
08/09/2010 - "digito" ergo sum (Anna Di Gennaro)

Articolo saggio che suscita domande speculari negli adulti. Non si tratta di "aprire la scatola nera". Meglio imparare a decifrare i messaggi, i desideri del cuore nel suo perpetuo "guazzabuglio", senza interferire oltre e col rispetto che merita il bisogno di riconoscimento dei ragazzi. Non dimenticherò, tra le numerose richieste pervenute allo sportello di ascolto sul burnout dei docenti, appena aperto nel 2005, la richiesta di uno studente di liceo. Garbatamente mi chiedeva lumi sul come interpretare e gestire le "stranezze" di una sua insegnante. Cambiare scuola? La breve descrizione non lasciava dubbi: la poverina stava precipitando in una grave condizione di DMP. Pur tuttavia il ragazzo ne parlava con benevolenza, rispettandone la dignità. Aveva capito molto più di altri illustri adulti. Inizialmente spiazzata dal tono del testo, gli risposi come potei e mi ringraziò. Mi contattarono anche altri studenti di varie università per la tesi di laurea sulla questione. Nessuno però fu più limpido di quel ragazzo al quale sono grata per la lezione impartita.

 
07/09/2010 - Tecnologie digitali, giovani e scuola (Daniele Prof Pauletto)

Gutenberg ci ha reso stupidi ? Internet e il Web allora ... La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce, più rapida, multitasking, simultanea, meno concentrata e analititica ... Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida, utilitaristica, che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking).... I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle nostre conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti, link e connessione con altre persone (socialnetworking)... Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di integrazione più avanzato e valutazione delle informazioni. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le info, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, interconessioni di frammnenti... Un'intelligenza capace di utilizzzare forme di intelligenza distribuita... capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale... capace di scoprire in modo rapido ed efficace le informazioni estraendole da più media, in modalità web mediate più che in operazioni cognitive mentali, più abile a trattare con con una molteplicità di fattori... http://mentelab.blogspot.com