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SCUOLA/ Basteranno le scuole virtuose a sconfiggere l'eredità del centralismo?

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

Basta visitare per un solo giorno un istituto scolastico statale come il “Cesare Battisti” nel cuore di San Cristoforo a Catania per rendersi conto di come la scuola sia, in molti quartieri a rischio del Sud, il primo e più importante presidio educativo e sociale. Altro che esercito, alla Sicilia - lo sosteneva Gesualdo Bufalino - serve un battaglione di maestri elementari.

 

La prima emergenza sociale - nell’Isola e nel resto d’Italia, come ha documentato il Rapporto Censis - è proprio quella educativa: il Paese non cresce perché nella gente s’è spenta la voglia di rischiare, di costruire, di desiderare valori alti. Al desiderio di un bene, presente e futuro, si sostituisce la rabbia distruttrice verso se stessi e verso la società.

 

Eppure quelle scuole che funzionano, quei professori che ancora danno l’anima per i propri alunni costituiscono il tesoro della nostra terra. Per questo i genitori che hanno a cuore il futuro dei propri figli vorrebbero scuole così. Le vogliono, certamente, quelle famiglie che si sono tassate per costituire a Catania una Fondazione senza scopi di lucro (la Fondazione Sant’Orsola), che ha come obiettivo primo l’educazione delle giovani generazioni attraverso istituti paritari di alto livello aperti a tutti.

 

Come è distante questa concezione della scuola al servizio delle famiglie e della società, da quella che da 150 anni domina il panorama italiano. Da questo punto di vista liberali degli anni post-unitari e fascisti si ritrovano accomunati dalla stessa intenzione: utilizzare l’istruzione come strumento per assoggettare la società a un proprio progetto ideologico. 

 

Con la legge Coppino del 15 luglio 1877 l’obbligo scolastico - necessario in una società a diffuso analfabetismo - divenne strumento fondamentale di laicizzazione e statizzazione della scuola. Docenti e programmi furono messi sotto il controllo quasi poliziesco dello Stato, tanto che anche in campo liberale si levarono voci contro la legge “liberticida” di Coppino che espropriava i genitori di un diritto naturale. Il ministro dell’Industria, Agricoltura e Commercio dell’esecutivo Depretis, il siciliano Salvatore Majorana Calatabiano, che aveva sotto il suo controllo gli istituti tecnici, accusò apertamente il suo collega dell’Istruzione di confondere «l’ufficio del padre di famiglia e del pedagogo con quello dello Stato»: secondo Majorana, il ministro Coppino voleva governare le istituzioni e gli uomini “con sistemi degni da caserma”.

 



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