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SCUOLA/ I tre punti che salvano la sperimentazione dal fallimento

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Poiché nel dibattito in corso su questo e su altri giornali sono condivise sia le basi teoriche sia le finalità dei Progetti di sperimentazione, la discussione si può circoscrivere attorno ad un’unica questione: se i mezzi scelti - i due Progetti - si possano considerare un primo passo coerente ed efficace rispetto al fine. Luisa Ribolzi, membro del Comitato che li ha elaborati, risponde di sì con i seguenti argomenti: a) considerata “la brevità dei tempi”, non è possibile realizzare da subito la valutazione esterna; b) il Comitato di valutazione presieduto dal Dirigente, affiancato da due docenti, è una soluzione accettabile; c) pur essendo auspicabile un modus operandi sistemico, ma prendendo atto che il blocco del pdl 953 per ora non lo consente, è necessario muoversi da subito, pena l’immobilismo.

Il primo argomento e il terzo argomento sono quelli portanti, ma sono anche i più fragili. I tempi che la politica di centro-destra e di centro-sinistra si è presa non sono affatto brevi, sono straordinariamente lunghi. Dalla Conferenza nazionale della scuola (30 gennaio-3 febbraio 1990) sono passati ventuno anni. Dall’incontro tra Luigi Berlinguer e una Commissione di esperti Ocse, quattordici; dalla costituzione dell’Invalsi undici. Che le forze politiche di centro-sinistra siano state e restino timide e fuggitive si spiega con lo statalismo divenuto ideologia quotidiana. Si saldano qui statalismo cattolico e statalismo di sinistra. Il loro interlocutore sono gli addetti, non gli utenti.

Spiegazioni più complesse richiede, invece, il ripetuto rinvio delle decisioni “impopolari” da parte del centro-destra. Data la generale predicazione liberal-liberista su autonomia, merito, premio; dato che la categoria degli insegnanti vota massicciamente per il centro-sinistra, è del tutto controintuitivo che le maggioranze e i governi di centro-destra non abbiano finora avuto il coraggio di definire per via normativa l’intera materia, andando allo scontro con i sindacati. Peraltro questi non fanno parte della constituency del centro-destra, salvo, forse, un pezzo della Cisl. Per un verso, paiono scattare antichi riflessi andreottiano-consociativi da Prima repubblica; ma, per altro verso, la concezione e la pratica della democrazia liberale appaiono piegate da una forte tensione populista-plebiscitaria.

In altre parole: non basta il programma di governo (anche se, in effetti, la scuola stava solo al 7° posto delle priorità della campagna elettorale del 2008) approvato nelle urne e accompagnato da un congruo numero di deputati. No! È il plebiscito quotidiano, via-sondaggi, via-piazze, via-manifestazioni di protesta che detta la linea quotidiana del governo. Così, se gli insegnanti portano in piazza centinaia di migliaia di studenti a proprio favore, se i docenti universitari fanno lo stesso, se i sindacati trattano ai tavoli e agitano le piazze, allora i programmi della campagna elettorale diventano flatus vocis. E si rinvia. La stella cometa diviene il consenso qui e ora.
 



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COMMENTI
10/01/2011 - non esiste alternativa praticabile (paolo franco comensoli)

nel mio intervento sul tema della valutazione dei docenti (da tenere ben distinta da quella della singola scuola nel suo complesso, dirigente compreso) ho sostenuto che il dirigente scolastico, con il sussidio di idonee griglie di osservazione (magari elaborate dall'INVALSI), è l'unico (e da solo) che può realisticamente fare la valutazione "di massa" dei docenti che sono centinaia di mIgliaia. Le Commissioni, composte con varia fantasia e creatività (basti pensare che si è proposto di usare i pensionati, ecc.), e onerose per le casse dello Stato, possono valutare le singole istituzioni scolastiche e intervenire nei casi in cui l'azione del dirigente sia fonte di eccessiva conflittualità. Ogni altra procedura, credo, avrà vita dura o sarà inefficace.