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UNIVERSITA’/ Sogaro (Cnsu): caro Presidente, ecco la "nostra" riforma in 5 punti

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Giorgio Napolitano (foto Imagoeconomica)  Giorgio Napolitano (foto Imagoeconomica)

3. Semplificazione amministrativa e governance. Altra questione decisiva nel dare applicazione alla riforma è quella della semplificazione dei procedimenti, a livello sia centrale sia locale. In questo senso, sebbene i presupposti siano preoccupanti (il gran numero e la complessità dei provvedimenti applicativi cui la riforma rimanda rischia di ingessare ancora di più tutto il sistema universitario, rendendo pesanti e difficoltose anche le procedure in apparenza più semplici), vi sono nel testo alcuni spiragli che occorre sfruttare: penso ad esempio alla delega per l’introduzione di un nuovo sistema di contabilità delle università che dovrebbe essere utilizzato per semplificare e rendere trasparenti le regole dell’agire amministrativo e contabile dei nostri atenei. Molte difficoltà nascono precisamente dalla farraginosità e insensatezza di certe procedure che scoraggiano e mortificano proprio chi ha più intraprendenza e iniziativa.

Nella direzione della semplificazione ci sembra condivisibile il tentativo di riformare la governance delle singole università (art. 2), anche se alcune misure sono state caricate, in un senso o nell’altro, di un significato improprio. Mi riferisco all’ingresso degli “esterni” nei consigli di amministrazione degli atenei. Una previsione normativa che, sganciata dall’obbligo per questi soggetti di partecipare in qualche modo al finanziamento ordinario delle università, costituisce una misura sostanzialmente inutile e forse dannosa. Nell’esperienza passata, la presenza di soggetti esterni nei consigli di amministrazione degli atenei non ha portato alcun significativo cambiamento in meglio. Beninteso: il problema non è, come sbandierato da alcuni, il fantasma della privatizzazione delle università, quanto l’assoluta mancanza di realismo di una norma di tal genere. Soprattutto perché con essa si attribuiscono rilevanti poteri a soggetti che – non si sa bene a che titolo – dovrebbero operare scelte fondamentali nella vita degli atenei.

Sempre in tema di governance ritengo, per le ragioni dette prima, che si sia persa l’occasione di mettere mano al sistema della governance centrale, rappresentato dall’apparato ministeriale. Perché nascondersi che inefficienza e inadeguatezza riguardano innanzitutto il “centro” prima ancora che la “periferia”?

4. Uniformità vs differenziazione.
L’inidoneità dell’apparato centrale a governare a distanza un mondo universitario come quello italiano si riflette anche nell’elevato tasso di uniformità giuridica, organizzativa, scientifica e didattica che caratterizza il nostro sistema accademico. Eppure, chiunque conosca minimamente la realtà universitaria italiana sa benissimo che vi sono in essa differenze enormi: vi sono università generaliste e università a vocazione specialistica; università essenzialmente legate al territorio in cui operano e università che potrebbero competere ai vertici delle classifiche internazionali; università che svolgono per lo più ricerca di base e altre che si occupano maggiormente della ricerca applicata, ecc. Dal punto di vista della popolazione studentesca più del 55% delle università italiane ha meno di 20.000 studenti e solo sei università hanno più di 60.000 studenti: La Sapienza di Roma conta circa 130.000 iscritti e quella del Molise non arriva a 10.000. Queste macroscopiche differenze non solo non possono essere ignorate, ma devono essere il più possibile positivamente riconosciute e valorizzate, fuggendo la tentazione di ottenere a tutti i costi un’uniformità istituzionale, organizzativa, finanziaria e didattica. Porre in essere strumenti di differenziazione, valorizzando le capacità e le risorse di ciascuno dovrebbe essere un primo modo per innescare quel circolo virtuoso da tante parti invocato. Vi potranno così essere dipartimenti che avranno come mission di perseguire l’eccellenza della ricerca e dell’insegnamento, altri che privilegeranno la ricerca applicata e le funzioni di impresa, università che vorranno misurarsi e competere a livello globale per conquistare i primi posti nei ranking internazionali e altre più strettamente legate al territorio. Ciascuno dovrà essere valutato sul terreno sul quale ha scelto di misurarsi.

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