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SCUOLA/ Le parole di don Milani, il dono di una lezione imprevedibile

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Il più delle volte, questa intensità comportava che si sforasse l’orario previsto, senza che gli argomenti in programma fossero svolti completamente. Anzi: molte volte accadeva perfino che il giovane cappellano “divagasse” (almeno ciò sembrava ai giovani e alle loro famiglie), seguendo la sua passione per l’etimologia delle parole, e omettendo così di trattare argomenti a prima vista ben più utili - come le cognizioni matematiche o tecniche che avrebbero permesso di superare con maggiore facilità i concorsi d’assunzione.

Qui comincia la seconda pista di riflessione. Ripensando all’esperienza compiuta, chi scrive ricorda che il fatto che l’ora di lezione fosse un avvenimento vivo e, in buona parte, imprevedibile, produceva molti effetti. Il primo e più fecondo di tutti consisteva in una metodica “ridefinizione” dell’orizzonte e dell’ampiezza della coscienza di sé e delle cose, tanto nel maestro quanto (soprattutto) negli alunni. Nel dialogo con don Lorenzo, infatti, questi avevano modo di sperimentare un’acquisizione del sapere che non restava chiusa o ripiegata in sé, come possesso meramente egoista o borghese, ma alimentava un’apertura senza sosta dell’intelligenza e del cuore a tutte le conoscenze e gli incontri che la scuola, nel suo svolgersi lungo la settimana (non solo le lezioni, più o meno convenzionali, ma anche le conferenze di approfondimento, che si tenevano il venerdì ed erano di norma seguite da accese discussioni), offriva.

Il testo offre alcuni esempi particolarmente suggestivi e un’espressione felicemente riassuntiva (“una parola da nulla diventava un mondo”) della “grazia” specifica dell’ora di lezione con don Milani, quand’essa si attuava come esperienza viva di conoscenza delle cose e di reciproca educazione. Esso offre anche un’indicazione altrettanto incisiva del cambiamento che ciò era in grado di suscitare negli studenti, e che toccava il suo vertice nel prevalere dell’interesse per la prima pagina dei giornali rispetto a ogni altra (compresa quella sportiva!) e in quella “roba da pazzi” che era il “voler bene a delle parole”.

La terza pista è suggerita dalla perentoria affermazione secondo cui né la Chiesa, né lo Stato possono garantire che i loro maestri (e i loro preti, nel primo caso) vogliano veramente bene agli alunni. Questa è materia sulla quale Benito Ferrini, alias don Lorenzo dice a chiare lettere che non valgono le argomentazioni di principio (il possesso dei requisiti formali, come l’abilitazione, l’immissione in ruolo, ecc.; la presunta superiorità dell’istituzione laica su quella religiosa; e via di seguito), quanto piuttosto quelle di fatto: fra quei due enti, entrambi “impotenti”, sottolinea il cappellano, “s’andrà” da quello che la scuola “ce la farà meglio”.
 



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COMMENTI
13/01/2011 - Grazie (Gianni MEREGHETTI)

Grazie di questo articolo e della testimonianza di don Milani. Mi hanno riprovocato a riprendere tra le mani quella che Carlo Fedeli indica come il fattore centrale della scuola e cioè l'intensità dell'ora di lezione. E' una sfida quotidiana questa che don Milani ha lanciato con la sua testimonianza e io ho trovato spesso dentro la mia vita. E' l'intensità che ho trovato nelle ore di lezione di italiano al Liceo, ma soprattutto l'intensità che ho incontrato quando giovane universitario alla Cattolica di Milano ho frequentato le ore di lezione di Introduzione alla Teologia Dogmatica e lì ho trovato un uomo, don Giussani, che rendeva ogni parola, ogni gesto, ogni attimo dell'ora di lezione pieno di tensione al vero, al bello, al bene. Lì, all'Università Cattolica, ho fatto esperienza dell'intensità dell'ora di lezione per l'incontro con don Giussani. Così porto dentro la mia vita la memoria di quell'intensità e per me insegnare è ogni giorno cercarla come ho visto fare da don Giussani.

 
12/01/2011 - Il cuore di don milani (Angelo Lucio Rossi)

L'esperienza educativa di Don Lorenzo Milani è attualissima. Per lui la scuola era un avvenimento vivo e, in buona parte,imprevedibile, produceva molti effetti. E' straordinario l'intervento che fece alla Conferenza ai direttori didattici a Firenze il 31 gennaio 1962: "Se mi chiedete perchè faccio scuola, rispondo che faccio scuola perchè voglio bene a questi ragazzi.(...) Alla fine è successa questa disgrazia d'innamorarmi di loro ed ora mi sta a cuore tutto quello che sta a cuore a loro. Ecco perchè questa scuola poi è diventata una scuola, diciamo così, laica, severamente laica(...) Appassiono perchè ho trovato e uso quella parola che ci voleva e cioè che rispondeva a esigenze ch'esistevano prima alla mia venuta: esigenze profonde.(...) Io amo queste persone e le vogliofar crescere al massimo. Elevarli come ideali di vita, lontani dai piccoli vizi,dal gioco, dalle ricreazioni, dalla perdita di tempo, da tutto quello che è basso. Appassionarli a qualcosa di alto". L'educazione come avvenimento vivo e apertura senza sosta alla realtà totale. Una educazione libera e popolare al servizio del Paese.