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SCUOLA/ Come migliorare le scuole se non si conoscono i dati Invalsi?

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Un primo esito delle somministrazioni è l’uscita nell’estate successiva dei Rapporti Nazionali sui dati del campione di scuole e di studenti selezionato e tenuto sotto controllo. Questi Rapporti consentono con rigore scientifico di varare alcune osservazioni ed ipotesi sui livelli di apprendimento e sui rapporti fra questi ed alcuni fattori di contesto raccolti con il Questionario studente e la Scheda per le scuole.

Un secondo esito è l’invio nei mesi di ottobre e di novembre dei loro dati alle scuole in forma assolutamente riservata. E poi cosa succede? I presidi bennati ci fanno un collegio, i bennatissimi istituiscono gruppi didattici interni per prendere le opportune decisioni. Mancano statistiche - del resto queste da noi mancano anche sugli iscritti - ma circola il dubbio che la grande maggioranza li infili nel cassetto. Se nessuno obbliga, preme o controlla, se la società civile - anche nelle organizzazioni dei genitori e perché no? dei consumatori tace - perché cercare grane? Ed anche all’interno della scuola, perché creare problemi fra gli insegnanti delle diverse sezioni? Come diceva Don Abbondio, il coraggio uno non se lo può dare.

Sembra maturo il tempo di decidere sulla pubblicizzazione di questi risultati. Fino a 14 anni la mobilità delle iscrizioni è limitata in Italia, anche a causa di motivi geografici e della difficoltà di spostamenti dei bambini. Nel nostro Paese non si sceglie ancora la casa in relazione alla qualità della scuola di quartiere, forse perché, visti i criteri di allocazione sociale, si pensa che è più utile restare vicino alla propria famiglia. Ma alle superiori, soprattutto nelle grandi città - che fanno immagine e fanno pensare che certi fenomeni sociali siano più diffusi di quanto in realtà non siano - questa mobilità è in atto da tempo ed ha decretato fortune e sfortune delle scuole. Ma i dati su cui ci si muove sono impressionistici, se non talvolta fuorvianti, come l’infiocchettamento dei POF.
 



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